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VDBD, nel mese di agosto c'è stato un gioco letterario a cui ho partecipato, dal titolo "al castello di Dunnottar"...se vi interessa c'è la possibilità di leggere tutti i racconti sul sito di
morena fanti oppure di
scaricare il pdf o acquistare il libro.
il mio è qua sotto:
Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar.L’escursione si era rivelata davvero difficoltosa. Pensare che Cinthia e io, di camminate ne avevamo fatte, in questi anni. Forse l’umidità, la nebbia, che per fortuna ora si stava diradando e le rocce così frastagliate avevano contribuito a renderla maggiormente ardua.
Giunti in cima però la fatica lasciava posto allo stupore per la bellezza che ci circondava.
In lontananza, oltre il vecchio castello che ora si ergeva davanti a noi con tutto il suo carico di storia e di mistero, la suggestiva visione di un mare d’ardesia si fondeva con il grigio del cielo.
“ E’ stata durissima, ma ne è valsa la pena, non trovi cara?”
“ Beh! se non fosse per questa umidità che toglie il respiro, direi proprio di sì … non riesco però a capire come sia venuta a Marta l’idea di portarci fin quassù, proprio lei che detesta camminare, e poi quanto ha insistito !?…
Il motivo di questa nostra gita l’avevo intuito da tempo e lo trovavo, sì bizzarro ma tipico di Marta.
Marta era “il mio principale”, un vero mastino e ultimamente si era presa una cotta adolescenziale per me. Naturalmente fingevo di non rendermene conto per evitare di essere scortese e di cacciarmi in una situazione alquanto sgradevole. Tutti ne erano a conoscenza in azienda, tutti tranne Cinthia, fortunatamente. Non è il tipo, Cinthia da accettare certe cose.
In un primo momento, anch’io mi ero stupito per quella strana proposta di vacanza, in quel posto sperduto nel nord della Scozia. Ma dopo essermi documentato, cosa che facevo sempre prima di partire per un viaggio, tutto fu chiaro. Avevo scoperto che una delle leggende popolari attorno al castello di Dunnottar era incentrata sul suo potere magico. Niente vampiri o lupi mannari, no niente di tutto questo. Davanti al castello vi era uno spiazzo naturale una sorta di terrazza a strapiombo sul mare. In fondo allo spiazzo vi era un’appendice rocciosa, come una piccola piattaforma. Chi, in una notte di luna piena, vi fosse salito poteva esaudire un proprio desiderio.
Per questo semplice e assurdo motivo Marta aveva scelto quella meta, nonostante odiasse la montagna e la fatica fisica.
Pensava di riuscire a conquistare il mio cuore servendosi della magia, dato che non vi era riuscita con le normali astuzie della seduzione, le quali spesso consistevano in esplicite minacce di licenziamento. Ma con me si era comportata in maniera diversa. Forse era davvero innamorata.Aspettammo Marta e raggiungemmo gli altri due membri della spedizione che ci aspettavano 50 metri più in alto.
Questi erano Ugo e la guida locale che egli aveva contattato, giorni prima, affinché ci conducesse al castello. I due parlottavano fra loro come vecchi amici.
Ugo era per così dire il compagno di Marta. Lavorava anche lui in ditta da alcuni anni ma nessuno sapeva con precisione quali fossero le sue mansioni. Provavo per lui un misto di rabbia e tenerezza. Più che l’amante del capo, a me pareva un fedele cagnolino, così servile e sottomesso. Sopportava ogni genere di angheria, di umiliazione, e tutto per stare accanto ad una donna che, era evidente, provava per lui soltanto attrazione fisica.Giungemmo finalmente davanti al portone d’ingresso del maniero. Era quasi buio. Tutto lasciava presagire una notte luminosa. In lontananza una splendida luna fece la sua apparizione nel cielo color bitume. Tonda come ogni luna piena che si rispetti.
“Appena in tempo” disse Marta con quel poco di energia che le era rimasta.
“Ora possiamo accamparci nel rifugio. Ugo che aspetti, vuoi aprire quella porta?” Sbuffò acida.
Ugo sorrise e strisciò all’interno della baita dove avremmo trascorso la notte. In quell’istante, più che un verme a me parve un serpente.
Passarono circa due ore. Dopo che ci fummo ristorati e riposati, Marta mi si avvicinò e sussurrò: “ Vieni caro, ti voglio mostrare una cosa”.
Lasciammo il resto della compagnia attorno al fuoco a ascoltare le simpatiche storielle che Ugo, abile narratore, stava raccontando. Io che odiavo le barzellette fui ben lieto di uscire fuori dalla capanna.
Marta mi invitò nuovamente a seguirla.
Naturalmente immaginavo quale fosse la meta.
Infatti di lì a poco ci trovammo a ridosso dello strapiombo e Il mio capo salì sulla fatidica sporgenza. Finsi un credibile “ ma che fai cara, sei impazzita, rischi di cadere…” Sotto a 300 metri circa, nel silenzio della notte si udivano le onde infrangersi dolorosamente contro la base del monte.
Lei improvvisamente alzò le braccia verso il cielo. Guardò me e poi la luna e infine gridò:
“Ora tu sarai mio, per sempre”
Fu un lampo. Un attimo prima, la sua bianca figura si stagliava nell’oscurità come la polena di una nave e un istante dopo, il tempo di un battito di ciglia, Marta sparì nel nulla, come inghiottita. Solo un grido. Un suono lancinante che rapidamente sfiorì nelle tenebre fino a scomparire del tutto. Ero come paralizzato quando il resto della combriccola sopraggiunse al mio fianco. Avevano sentito quell’urlo terribile e si erano istintivamente precipitati fuori. Cinthia e la guida si sporsero dalla terrazza quel tanto per capire cosa fosse successo. La roccia sporgente aveva ceduto. Dopo settecento anni.
Ugo mi teneva un braccio sulla spalla. Con uno strano e diabolico sorriso sulle labbra disse, guardando nel buio:
“Anch’io avevo un desiderio da esprimere Marta, il mio è stato esaudito. E il tuo?”
stefano mina