domenica 3 agosto 2008

I RACCONTI DEL COCOMERO



mattia moreni




Maria la cocomeraia



Alcuni anni fa. D’estate. Sulla strada verso casa, c’era Maria, una cocomeraia davvero insolita. Teneva aperto il suo gazebo dalle otto di sera fino alle cinque del mattino. Già questo la rendeva particolare anche perché il numero degli avventori non era tale da giustificare un simile orario. Quello che però principalmente la caratterizzava era che mentre i suoi clienti, spesso gli stessi, si dissetavano con meloni e dolci angurie, lei leggeva loro gratuitamente il futuro. Non lo faceva seguendo linee tortuose della mano o decifrando trame invisibili in fondi di cafè o voltando e interpretando abilmente carte taroccate… no, niente di tutto questo. Il suo metodo consisteva nell’affondare i denti in una fetta succosa e zuccherina di cocomero, ingerirne la polpa e, a mitraglia, sparacchiare i neri semi sopra un piatto immacolato che lentamente reclinava, sollevava, scrutava… infine il verdetto. “ farai tantissimi viaggi e incontrerai persone di ogni genere: poveri, ricchi, bianchi, neri, gialli...ma saranno incontri fugaci, niente di definitivo… tutti tenderanno la mano al tuo passaggio …. e soldi, vedo molti soldi…” questo fu quello che una notte mentre rientravo dal lavoro mi predisse. Mi sembra ancora di udire la sua voce roca- per il troppo fumo - mentre salivo sulla bicicletta per andarmene a casa: “ ciao mio bel capotreno, torna presto…”. D’accordo, so cosa pensate, come veggente non era un granché ma dovete credermi il cocomero era davvero buono. Ora lei non c’è più, dove stava il suo capanno c’è uno spazio vuoto. Non ancora colmato.

stefano mina



Marco aveva sei anni, ed era in vacanza dai nonni in campagna.
Gli piaceva tantissimo zappettare nell'orto, raccogliere i pomodori, tagliare l'insalatina.
Ma la cosa che lo affascinava di più era veder crescere e maturare i cocomeri.
Erano pochi, una decina, ma grandi e turgidi, e aspettava con ansia il momento in cui sarebbero comparsi a merenda sotto forma di fette rosse e gocciolanti.
Le mangiava in calzoncini, tuffandoci la faccia e scolandosi addosso quel succo profumato e appiccicoso che sapeva di estate, e poi correva sotto il getto dell'irrigatore per sciacquarsi.
Poi andava a leggere fumetti appollaiato tra i rami del fico.
Leggeva Topolino, di solito. Ma fu il giorno in cui gli capitò in mano anche un libriccino dei Peanuts di proprietà dello zio che scoprì il Grande Cocomero. Quello che un fiducioso Linus attendeva invano da sempre.
Era la vigilia di San Giovanni, la notte dei fuochi. E Marco pensò fosse quella giusta.
Quando, dopo i festeggiamenti intorno ai falò, tutti se ne andarono a dormire, lui sgattaiolò nell'orto, e si mise ad aspettare.
Lo trovarono lì, la mattina dopo, addormentato abbracciato a un cocomero, il visino sporco di terra rigato da lacrime secche.
''Non è venuto, nonno. Ma perché? Tu sei sempre sincero, e anch'io..''
Lo zio Mario ci mise un po' a spiegargli che i cocomeri in realtà erano zucche, e che la stagione era quella sbagliata, e che quelle cose succedevano solo in America.
In braccio al nonno, la testa che ciondolava, Marco disse solo ''io da grande voglio andarci, in America''. E si riaddormentò.

Gea




l'estate del ‘59



Sì ricordo, oh sì che ricordo

L’estate del 1959. Io e Geppo il roscio.
Lui abitava in quel paesino del Frusinate. Mi ci costrinsero in vacanza. C’è l’aria buona, mi avevano detto, e tu c’hai l’adenopatia. C’è la cugina di mamma lì, è come una zia. Starai bene e guarirai.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

Quando arrivai a casa di quella donna. C’aveva due zinnone!
E mi accolse con un bicchiere di latte appena munto.
Un litro di questo al giorno, mi disse, e starai in forma come un torello.
Geppo il roscio aveva sempre i pantaloni strappati e le ginocchia ferite. Era il figlio della balia. Insomma aveva tanti fratelli, in un certo senso.
E sarai mio fratello anche tu, mi disse. Però tutti i miei fratelli fanno il giuramento.
Quale?
Il giuramento dei cavalieri del cocomero. Si va di notte nel campo di don Cataldo e si rubano i cocomeri. Sono due anni che lo facciamo. Lui è avaro.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

Geppo che andava avanti scorticandosi le ginocchia.
I suoi capelli sembravano oro rosso sotto la luce della luna.
E poi una fucilata a disintegrare sogni e silenzi.
Geppo il roscio preso in pieno.
Mi credevo che era una volpe, disse don Cataldo.
Geppo moriva abbracciato al suo ultimo cocomero.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

Il maresciallo: “c’ha 11 anni ‘stu figlio ‘e bucchine”.
E mi rimandarono a casa, dopo che avevo ammazzato don Cataldo,
Senza più Geppo, ma sempre con l’adenopatia.

Enrico Gregori




Crusca

- An-gu-ria.
- Eh?
- T’ho detto che sia chiama anguria.
- Oh, chissenefrega, stèss culùr! Anguria, cocomero… Mi dai una fett…
- Anguria. Cocomero lo dicono i romani.
- Che vuol dire? Lo dicono i romani che parlano italiano.
- Roma ladrona.
- Sei scemo?
- No, perché ‘sti romani ci rubano anche le parole, adesso.
- Guarda, lascia perdere, stai facendo un discorso del tubo, dammi una fetta di… anguria, va’, così mi rinfresco un po’.
- Ammettilo.
- Ammettere cosa?
- Che la parola giusta è anguria, e ‘sto cocomero viene da sotto il Po.
- No, guarda, se vuoi fare il sofistico come al solito, allora mi metto a fare la pignola anch’io, che anguria lo diciamo noi qui, ma la parola giusta è l’altra.
- Ah, già la signora fa la pignola perché c’ha la laurea, e un povero geometra non può saperne più di lei, vero?
- Non farmi dire quello che non ho detto, come quella volta di tua madre.
- Non tirarla in ballo, che ti devi inchinare, con la mia mamma.
- Già. E ci scommetto che dice anguria.
- Perché, ti dà fastidio che la mia mamma parla meglio di te?
- Senti, mi dà solo un po’ fastidio che incominci sempre queste conversazioni inutili e ti arrabbi per…
- Senti te. A casa mia voglio che si parli come dico io e che si mangi come dico io. Mettiti lì e tagliami una fetta. Di anguria.
- Guarda, te la do tutta, la tua anguria.
E lanciò con forza i quattordici chili del frutto sul cranio di lui.
- Cocomeraio del cazzo, disse, e se ne andò.


annalisa



Le gocce rosse

Quell’estate Dario ed io eravamo un tutt’uno. Era l’estate dei nostri tredici anni e il cielo non era mai grigio. Dario suonava il mio campanello ogni pomeriggio alle due e io scendevo di corsa. Pantaloni corti lui e un vestito a fiorellini io – la zia faceva la sarta e non mi lesinava abiti colorati e camicette con maniche a palloncino – ce ne andavamo in giro fino all’ora di cena. Quando Dario riusciva, rubava cinquanta lire dal borsellino della mamma e allora andavamo dal cocomeraio all’angolo – “da Alfredo la cocomera più rossa” c’era scritto sul cartello – e lui mi comprava una fetta rossa e fresca. “Ecco la fetta più rossa e più dolce per questa bella signorina” diceva sempre Alfredo. Ci sedevamo al tavolino verde nell’angolo più fresco e io attaccavo l’anguria con la sete di un pomeriggio di polvere e afa. Dario diceva che guardarmi mangiarla era la cosa più divertente dell’estate. Piantavo i denti, e a volte il naso, in quella fetta fredda e il succo mi colava sul mento e allora ridevo e lui insieme a me.
Mi sentivo in colpa, però, a mangiarla da sola e alla fine dividevamo sempre, anche se Dario fingeva di non volerne. Quei morsi rossi e quel sapore dolce sono la cosa che associo all’estate ancora oggi, ma c’è un’altra cosa che mi ritorna sempre in mente.
Era già settembre e la scuola stava per cominciare. Dario ed io ci prendevamo gli ultimi pomeriggi di libertà. Anche quel giorno ci fermammo da Alfredo e seduti al solito tavolino verde mangiammo la nostra fetta di cocomero. Il succo mi colava sul mento e mentre stavo per pulirmi, Dario allungò l’indice e raccolse le gocce rosse e dolci, poi fece una cosa che non aveva mai fatto: mise il dito in bocca e lo leccò.
In quel momento capimmo che quello non era un pomeriggio come gli altri e che l’estate non era l’unica cosa che stava finendo.

Morena Fanti



Totommero e totatola


Te lo ricordi Ivana? Faceva caldo come adesso, forse di più. Ma noi non ce ne accorgevamo perché eravamo delle bambine e l’estate era la nostra stagione. La stagione in cui era permesso fare tardi, esagerare con i giochi, gli orari, il cibo. Te li ricordi i cocomeri, Ivana? Cocomeri enormi, oblunghi, li chiamavano americani e ci venivano delle fette che per percorrerle tutte rosicchiando, come topolini voraci, ci volevano cinque minuti buoni. Ed si era solo all’inizio. Erano le nostre serate in terrazzo, le serate Totommero e totatola come dicevi tu, storpiando la pronuncia in uno scherzo che faceva ridere solo noi. Come solo i bambini sanno ridere. Ci veniva una pancia enorme, a tamburo, e non contente innaffiavamo il tutto con la Cocacola ghiacciata, quella della bottiglia di vetro, pesante che quasi non ce la facevano ad alzarla.
Ivana, non puoi non ricordare quei giorni. Sorridevi tanto, ridevi per niente con le lentiggini sul naso e la speranza nel futuro. La vita non ha mantenuto le promesse, d’accordo. Tre matrimoni falliti alle spalle, nessun figlio, d’accordo. La voglia di farla finita, d’accordo, lo capisco. Ma non puoi restartene chiusa in questa stanza a fissare il buio. E’ agosto, Ivana, stai per compiere gli anni e te la meriti una serata come quelle di allora: totommero e totatola. Dammi la mano, dai. Una volta eravamo amiche, ricordi?

Laura Costantini


Avevo all’incirca 16 anni, era estate e dovevo procurarmi i soldi per i libri. La signora del colorificio, dove avevo sempre un conto aperto, mi aveva dato un’idea: a pochi kilometri da Bergamo c’era un chiosco delle angurie ( da noi si chiamano così) e il proprietario stava cercando qualcuno in grado di decorare un po’ le vasche, verdi e tristi. Io mi presentai, con gli smaltini, una bottiglietta di acqua ragia , pennelli e in compagnia di mio fratello, che allora aveva solo nove anni. Decorai le vasche, come Mattia Moreni (insomma si fa per dire): grandi fette di cocomero rosse, bianco per la scorza e verde per la pellaccia dura. Il tizio, un po’ equivoco, per la verità, ci offrì cocomeri e anche un pranzo presso la trattoria dei camionisti. Alle 16 mi pagò, e anche molto generosamente, poi, visto che il chiosco stava sulla provinciale per Lecco, io e mio fratello ci mettemmo in posa per l’autostop. Si fermò un maggiolino rosso, l’autista sembrava un tipo asciutto, poche parole, baffi spioventi e un’aria incerta. Stavo davanti, e mio fratellino, dietro e così per ingannare il silenzio parlavo e raccontavo di manifestazioni e assemblee. Incurante dei pizzicotti con qui Dario (mio fratello) richiamava l’attenzione, ad un certo punto intonai anche l’Internazionale. La macchina si fermò, ma ormai eravamo quasi arrivati, scendemmo e solo in quel momento (proprio mentre aprivo la portiera) mi accorsi che sul vetro del cruscotto brillava una svastica e il simbolo di Ordine Nuovo. Il giorno dopo appresi dai giornali che un tizio, al volante di un maggiolino rosso, era stato fermato dalla polizia perché implicato negli attentati della Rosa dei Venti.
Bestiale! Ancora oggi, a tavola, mio fratello, prima dell’anguria non perde occasione per intonare l’Internazionale!!!!

miriam ravasio


Salvata dal cocomero


“Mangi, bevi e ti lavi la faccia” così si chiama il cocomero, anzi il melone d’acqua , a Napoli.
Noi bambini eravamo attratti dalla bancarella sulla quale i grandi blocchi di ghiaccio sgocciolavano con sopra le mezzelune rosse dai tanti occhietti neri.
Si faceva a gara a chi finisse prima, e poi le bucce verdi le tiravamo nella grossa cesta sotto il banchetto.
C’era il cartellone raffigurante Pulcinella con la fettain mano che invitava a fermarsi.
E la voce che di tanto in tanto il venditore ”parolava”
I parulani erano gli ambulanti, venditori di qualsiasi cosa, che “davano la voce” nel vicolo, in attesa che si affacciassero le vajasse dai balconi calando il panariello.
Il mellonaro invece era già categoria superiore, posto fisso e bancarella illuminata la sera.
A via Caracciolo, c’era lo struscio, e il lungomare d’estate, era punteggiato di banchetti di frutti di mare e di cocomeri, non quelli lunghi, enormi, americani, ma quelli tondi, verde scuro e scarlatti dentro
Io presi la ricorsa, mio cugino mio coetaneo mi rincorreva, scivolai su una buccia e…mi ritrovai distesa tra le fette, spalmata sulla polpa, tutta rossa, mani, faccia e vestito, a un palmo dalla balaustra che dava sugli scogli…sotto c’era il mare.


cristina bove



ACCHIAPPINO

Non mi avrebbero mai preso.
Sentivo i loro movimenti.
Affrettati.
Sentivo il loro respiro.
Affannato.
Ma io sapevo di essere più veloce
Più agile.
Un rapido scarto sulla sinistra,
un repentino cambio di direzione
e ho sentito i loro passi allontanarsi nel buio.
Li avevo fregati.
Avevo vinto.
Poi, quel maledetto ramo mi ha sgambettato il piede destro.
Ho perso l’equilibrio.
Forse avrei potuto riprendermi.
Ma con il sinistro ho incocciato un sasso affiorante
E sono volato.
Verso il terreno, a faccia in giù.
C’è stato l’urto
Contro qualcosa di duro,
che la mia faccia ha infranto come un vetro.
C’è stata la sensazione
Di qualcosa di umido, viscido e appiccicoso sul mio viso.
C’è stato il nero.
Devo essere svenuto.
Non l’avessi fatto, sarei ancora vivo.
Come si fa a morire annegati in mezzo ad un campo?
E, per ironia della sorte,
a me il cocomero non è mai piaciuto.

southwest



L’intagliatrice di cocomeri

Si dice che il cratere l’abbia sputata fuori un giorno, frammista a ceneri e lapilli. Si dice che si sia impiantata lì già vecchia, avanzo più volte ruminato dalla terra. Si dice che non abbia sangue nelle vene , ma lava, scioglimenti di braci, e sciare più che membra, uno scuro regno per corpo, zaffate di zolfo per fiato.
Ma a vederla pare stecco di albero che crocchia. Palo bitorzoluto e smangiato. Filo stopposo di spago, altro che figlia del fuoco.
Vero è, però, che vecchia lo è sempre stata. E curva, colla facciuzza smunta a sfiorare il passo, a cogliere cocomeri da infrattare veloce nella coffa, lesta come lucertola o zazzamita, anche se a lei piace pensarsi cucco, un animale che non ha forma né verso ma è come le balze di lava che s’immobilizzano in pose e della vita sanno interpretare ogni parte.
Così vive e ha sempre vissuto. Consacrata a questo regno di sboffi . Sacerdotessa e profetessa, maga di chiesa, di un dio che sa sciogliere l’ira in fuoco e che lei placa con doni intagliati nelle angurie: fiere, pesciolame, pastori venuti su dalla stessa polpa calda, vergine, donna. Una polpa che è pure levigatura di tempo, calura, accidia.
E prende a intagliare con lena e ostinazione, stizza di vecchia e boccuzza stretta e incartapecorita: oggi il Vulcano vuole una sirena.
Tirarla fuori dal cocomero non sarà difficile e, come sempre, alla forma seguirà il corpo, e occhi , e profumi che preannunciano .
Ecco, si avvicina. Un’onda come tante la trasporta fino alla spiaggia e la depone sulla rena.
La vecchia serra le palpebre rinsecchite, ruzzola con lo sguardo sul pendìo del cratere.
E la donna è già lì, interrata di nero, il petto sudato sbucante da turgore di pesce. E capelli mandorla con appuntature di stelle marine, occhi come abissi, ondeggianze che preludono a tuffi tra le pomici.
Sì, una sirena. Ma coi piedi sporchi di terra.

simona lo iacono



Cocomeri

Non c’è più cocomero, disse piano, per farsi sentire il meno possibile, manco fosse un vergognoso segreto di stato.
Non c’è più cocomero? Ripetè l’altra, che invece aveva captato tutto con le sue orecchie che neanche fossero stati due radar (e dei radar avevano infatti l’aspetto).
Oddìo, ora non è che i cocomeri siano un bene essenziale, senza i quali non si possa sopravvivere, ma l’estate…. che estate sarebbe senza una buona fetta di cocomero fresco anzi due e perché non anche tre?
E’ che non l’ho comprato, perché in frigo non sarebbe mai entrato, rispose il primo di fronte all’espressione malevola e arcigna della compagna, lo sai anche tu quanto sono ingombranti.
Dimmi piuttosto che non ti andava di caricarti di quel peso, invece di inventare storie come sempre. Sei il solito incapace. Lo spazio poi si trova, basta disporre meglio le cose che ci sono.
O quelle che ci saranno, pensò lui, senza dirlo, perché già pregustava quell’ammasso di carne, tutta attaccata all’osso, che di lì a breve avrebbe dovuto riempire il vecchio, ma ancora ronzante Kelvinator a quattro stelle (congelatore rapido incorporato).
Prese la mannaia e cominciò il suo lavoro.
Dopo avere smembrato il corpo della moglie come uno spezzatino mise direttamente in pentola le orecchie a forma di radar e iniziò a insacchettare il resto nelle apposite bustine di domopack prima di riporlo nei vari piani e scomparti del frigorifero.
Dopo il pasto, breve ma gustoso, un buon caffè; certo che ci sarebbe stata bene anche una fetta di cocomero a quel punto, e scese in strada, in cerca di chiosco, aperto fino a notte fonda come tutti i cocomerari che si rispettino. La ricerca fu lunga e vana. Al ritorno stava già quasi albeggiando e in casa, ad aspettarlo, c’era già la polizia.
Nella notte era tornata inaspettatamente la figlia, che viveva da tempo a Perugia, dove frequentava l’Università. Non trovando nessuno in casa aveva aperto lo sportello del frigo, in cerca di una fetta di cocomero. Tanto per ingannare l’attesa.

Carloesse (Carlo Sirotti-Speranza)




Passerotto non andare via...Tra radioline in treno e stereo superotto, Baglioni quell’estate governava gli ombrelloni e i sentimenti facendo versare la più calde lacrime del ’74.
“Mangia un’altra fetta di cocomero.” Disse mamma, era il 14 agosto, non me ne fregava un cazzo del cocomero. Lasciavo una ragazza poco amata, una collezione di dischi rock e una mini rossa nel garage che non m’avrebbero lasciato portare. L’Italicus, il Reggio Calabria-Trieste delle 19 da Napoli partì lentamente. A Roma l’altoparlante gracchiò: “Il treno 511 per Bologna-Venezia-Trieste, in partenza dal binario 11, partirà con venti minuti di ritardo!”
Scesi giù. Mi sedetti su di una panchina e addentai un panino. Dovevo avere una faccia da braccio della morte perché un vecchio mi disse:
“Dai, non prendertela, il militare passa in fretta, poi torni da tua madre.”
Rividi la enorme fetta di cocomero lasciata sulla tavola e il viso di mammà, lasciato sulla tavola. Non piangevo da due anni, da quella sera che volevo dire ad Adele che l’amavo e poi l’avevo incontrata in villa comunale che si baciava con Lino Formisano, uno antipatico. Il vecchio si commosse, e per nascondere le sue lacrime andò via, dandomi un buffetto di traverso, mentre tirava fuori un fazzoletto.
Sul treno avevo conosciuto Ferdinando Adornato, comunista da Polistena RC, avevamo parlato di socialismo e cocomeri, scese a Roma. Non vide i resti del dolore che incontrai a San Benedetto Val di Sambro: sul binario morto, c’era il treno morto, quello della strage di due giorni prima, forse, se l’avesse visto...
“Cervignano, stazione di Cervignano, Aquileia, Grado”. Al nord dovrebbe far freddo. Sembrava di essere a Napoli a Ferragosto. La divisa, i capelli corti e il “si esce!”: “Che significa? Si esce per cosa, per dove? Che diavolo c’è da guardare? Usciamo come terrier inglesi al guinzaglio?” Invece uscii, con le mille lingue conosciute in quei giorni, siciliani, umbri, calabresi con l’accento di New York e napoletani rompiscatole.
“Si va’ sull’Ausa a mangiare il cocomero!” E gli anziani, i nonni, quelli che avevano già tre mesi di militare, si davano di gomito e ridacchiavano. L’Ausa fu la prima cosa che mitigò la mia malinconia; un fiume simpatico, ma anche acqua, tanta fluida acqua da far dimenticare il “mal di Mergellina”, che prende ogni stupido partenopeo appena s’allontana più di dieci chilometri dal mare e dalla pizza. La seconda fu l’enorme, fresco banco di cocomeri sul lungo fiume, e la terza fu Giovanna, la cosa per cui si smuovevano tutti i gomiti dei soldati. Giovanna era la cocomeraia.
Sembrava uscita dal “Romanzo Popolare” che si dava al cinema con Tognazzi, Placido e Ornella Muti. Stessi lunghi capelli della giovane Rivelli, forse più lunghi, ancora più lunghi, quasi entravano nel taschino posteriore dei suoi Wrangler blu, accarezzando ad ogni movimento l’apice di quel sovrano sedere a mandolino, come la frusciante tenda di un teatro. Il suo naso sembrava scolpito nel ghiaccio talmente era fresco e appuntito come un fioretto di Borgogna. I suoi occhi non li ho mai visti, non guardavano nessuno, e alcuno si ricordava di che colore fossero. Quando posava il piatto con le fette rosse sul tavolino, pagavi al suo sorriso, mai agli occhi. Sarebbe passata indenne al ratto delle Sabine. Ma il grande mistero non era quello, ne il sapere chi l’amasse, ma perché una ragazza romana si fosse sepolta lassù tra i soldati e la Jugoslavia; si fosse destinata a vivere su quel coltello che tagliava in due l’occidente, tagliando rosse fette di cocomero.

francesco didomenico


LA REGINA DELL'ESTATE

Sì, sono grassa, grassissima.
E allora?
Piaccio comunque. Molto.
Soprattutto d'estate. L'estate è la mia stagione. Sono la regina dell'estate.
Tutti mi vogliono, anche tu adesso mi vuoi. Lo vedo da come guardi le mie curve voluttuose. Sarà per l'afa che ti sta dando alla testa, sarà per il mio profumo inebriante, sarà per via di questo abitino verde a righe chiare: così apparentemente innocente fuori, così lasciva dentro.... Hai la bocca secca, lo so, bruci per me, non vedi l'ora di arrivare alle mie carni morbide, rosee e polpose.
Ma non è ancora il momento: prima, mi ci vuole un lungo bagno freddo. Spegnerò la tua arsura, stai tranquillo. Non deludo mai, io. Ah, dimenticavo: do il meglio con la vodka. Gelata. Ma, se preferisci, anche il Porto esalta le mie qualità.
Come mi chiamo? Beh, mi chiamano in molti modi diversi, da Nord a Sud, lungo tutto lo stivale... ma a me non importa granché: mi amano tutti, da Sud a Nord. Cento nomi, centomila amanti. Ma ti assicuro che se lo dimenticano immediatamente, il mio nome, non appena affondano la bocca dentro di me, non appena immergono la faccia nel mio umido turgore.
Quale tra miei nomi preferisco io? Quello lungo, ovviamente, con tutte quelle “o” che mi assomigliano tanto, quelle “o” di desiderio finalmente soddisfatto dopo che hanno avuto a che fare con me. È un nome un po' grezzo per una ragazza, dici? Sciocco, basta pronunciarlo alla francese.
Oui, je suis Cocò Merò.

Lanoisette

















77 commenti:

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ gea
prima di leggere il racconto di enrico voglio subito commentare il tuo per non perdere quel sapore che mi ha lasciato... ti assicuro che non è quello del cocomero... dolcissimo, un piccolo brivido d'estate. grazie

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ enrico
niente da fare, ci casco sempre... mi immergo nella lettura mi immedesimo e mi ritrovo in pieno novecento, l'odore della campagna, il sapore del latte,l'amicizia... poesia pura e poi puntuale la chiusa gregoriana.
che dire, basta la parola!
...cacchio ma di solito i contadini non sparavano col sale!
ciao. grazie
ste

Anonimo ha detto...

caro stefano,
diciamo che è una cartolina un po' sbiadita che arriva da un paesino che, però, ha il suo fascino. sicuramente il sapore dolce sta più in quello di gea :-)
grazie a te
enrico gregori

gea ha detto...

per me l'anguria sa d'infanzia e sole.
sarà per questo che mi è venuto così.
mah..

Anonimo ha detto...

Ah, il cocomero! Colorato, dolce frutto che porta all'aggregazione (non a caso dalle nostre parti i chioschi sono sempre pieni di gente). Ste ho letto i 2 racconti, tuo e quello di Gea - "vedendo" il chiosco (anche perchè conosco la zona della tua cocomerara) ed immaginando Marco - con il sorriso sulle labbra perchè secondo me hanno quella leggerezza (nella loro storia) che ben si colloca nei ricordi d'estate. Il racconto di Enrico, indiscutibilmente descritto benissimo tanto da avere ogni personaggio quasi davanti agli occhi, mi ha lasciato quell'amaro in bocca che sinceramente avrei preferito non avere, ma è solo una questione emotiva!!! Complimenti a tutti e tre. Lucy

Anonimo ha detto...

@ lucy:
grazie infinite. mi spiace per l'amaro, ma sarà che a me il cocomero non fa impazzire. magari se facciamo un altro post sulle fragole...
:-)
enrico gregori

cristinabove ha detto...

stefano, cocomero esoterico
gea, cocomero browniano
enrico, cocomero noir

Annalisa ha detto...

Mmmm...
No so come spedirtelo in Word. Il mio lo metto qui, nei commenti. Se non dovevo, scusa (vado a mangiare una fetta d'anguria) :-)

Crusca

- An-gu-ria.
- Eh?
- T’ho detto che sia chiama anguria.
- Oh, chissenefrega, stèss culùr! Anguria, cocomero… Mi dai una fett…
- Anguria. Cocomero lo dicono i romani.
- Che vuol dire? Lo dicono i romani che parlano italiano.
- Roma ladrona.
- Sei scemo?
- No, perché ‘sti romani ci rubano anche le parole, adesso.
- Guarda, lascia perdere, stai facendo un discorso del tubo, dammi una fetta di… anguria, va’, così mi rinfresco un po’.
- Ammettilo.
- Ammettere cosa?
- Che la parola giusta è anguria, e ‘sto cocomero viene da sotto il Po.
- No, guarda, se vuoi fare il sofistico come al solito, allora mi metto a fare la pignola anch’io, che anguria lo diciamo noi qui, ma la parola giusta è l’altra.
- Ah, già la signora fa la pignola perché c’ha la laurea, e un povero geometra non può saperne più di lei, vero?
- Non farmi dire quello che non ho detto, come quella volta di tua madre.
- Non tirarla in ballo, che ti devi inchinare, con la mia mamma.
- Già. E ci scommetto che dice anguria.
- Perché, ti dà fastidio che la mia mamma parla meglio di te?
- Senti, mi dà solo un po’ fastidio che incominci sempre queste conversazioni inutili e ti arrabbi per…
- Senti te. A casa mia voglio che si parli come dico io e che si mangi come dico io. Mettiti lì e tagliami una fetta. Di anguria.
- Guarda, te la do tutta, la tua anguria.
E lanciò con forza i quattordici chili del frutto sul cranio di lui.
- Cocomeraio del cazzo, disse, e se ne andò.

gea ha detto...

annalisa!!!
:-)))))))))))))))))))))

Anonimo ha detto...

@ annalisa:
bello sì. sarà perché sono romano, ma a quello gli avrei piantato il machete in mezzo alle corna molto prima
:-)

Anonimo ha detto...

l'anonimo romano ero io
:-)
enrico gregori

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ annalisa
cocomeraio del cazzo! fa più male l'anguria o il cocomero?
ciao e grazie!

morena ha detto...

esatto: ma annalisa!! :-)

bellissimo il 'grande cocomero', gea. avevo l'intera collezione di Linus e questa storia dell'aspettare di notte il grande cocomero mi affascinava un sacco.

e bella pure la storia di enrico. mi dispiace un po' per Geppo, un po' meno per don Cataldo. in fin dei conti erano solo cocomeri. lui era proprio avaro e agli avari...

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@lucy
Guarda che ti sbagli, enrico sa essere dolcissimo, solo che gli stanno sulle balle gli stronzi...
ciao
ste

Anonimo ha detto...

ho già spedito il mio contributo. non saranno 250 esatte, ma non fare troppo il fiscale ;)m.

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ cristina
mi hai fatto notare la questione esoterica che avevo già toccato con il racconto sull'ascensore... ti giuro che è un caso... sarà che ho un collega che mi fa due cosi così!
ciao ste

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ morena
cavolo, che belle immagini di fresca sensualità!
ciao e grazie
ste

gea ha detto...

ogni fine è l'inizio di qualcos'altro.
bello, morena.
tanto.

Anonimo ha detto...

Stefano, quando ieri mi hai chiesto un'immagine di Mattia Moreni, non mi hai detto che tutto era già stato fatto: sarebbe stata necessaria e avrebbe dato un senso all'invito che hai steso agli amici. Comunque in internet c'è qualcosa: la copertina di un catalogo con la fettona gigante di cocomero? (è quasi un'immagine dolorosa, che inquiesta un po')Anche noi qui diciamo anguria, ci siamo abituati al cocomero solo da quando i fruttivendoli sono obbligati ad esporre il cartello.
La tizia che sputa i semini è forte!

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@miriam
l'immagine su internet è veramente inquietante... ne ho messa una che ho elaborato un po', poi si vedrà!
ciao e grazie della visita
ste

lauraetlory ha detto...

Va beh, non ho resistito. Posto qui e poi, caro Stefano, fanne quel che vuoi. Più che un racconto è un ricordo di vita vissuta:

Totommero e totatola

Te lo ricordi Ivana? Faceva caldo come adesso, forse di più. Ma noi non ce ne accorgevamo perché eravamo delle bambine e l’estate era la nostra stagione. La stagione in cui era permesso fare tardi, esagerare con i giochi, gli orari, il cibo. Te li ricordi i cocomeri, Ivana? Cocomeri enormi, oblunghi, li chiamavano americani e ci venivano delle fette che per percorrerle tutte rosicchiando, come topolini voraci, ci volevano cinque minuti buoni. Ed si era solo all’inizio. Erano le nostre serate in terrazzo, le serate Totommero e totatola come dicevi tu, storpiando la pronuncia in uno scherzo che faceva ridere solo noi. Come solo i bambini sanno ridere. Ci veniva una pancia enorme, a tamburo, e non contente innaffiavamo il tutto con la Cocacola ghiacciata, quella della bottiglia di vetro, pesante che quasi non ce la facevano ad alzarla.
Ivana, non puoi non ricordare quei giorni. Sorridevi tanto, ridevi per niente con le lentiggini sul naso e la speranza nel futuro. La vita non ha mantenuto le promesse, d’accordo. Tre matrimoni falliti alle spalle, nessun figlio, d’accordo. La voglia di farla finita, d’accordo, lo capisco. Ma non puoi restartene chiusa in questa stanza a fissare il buio. E’ agosto, Ivana, stai per compiere gli anni e te la meriti una serata come quelle di allora: totommero e totatola. Dammi la mano, dai. Una volta eravamo amiche, ricordi?

Laura Costantini

morena ha detto...

grazie stefano. non sapevo fossero immagini sensuali. ho scritto così la prima cosa che mi è venuta in mente ;)
e grazie anche a gea. il caldo ti offusca i pensieri. o è la voglia di cocomero fresco?:)

Annalisa ha detto...

Che belli, a leggerli tutti in fila, così completamente diversi e con quel filo rosso che si trascina da uno all'altro.

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@laura
mi fa piacere che tu non abbia resistito... d'altra parte come si fa a resistere con questo caldo a una dolce, succosa e fresca fetta di anguria... grazie per il tuo contributo, doloroso ma vivo. Afferrati a quella mano tesa,Ivana, cosa aspetti!
ciao e grazie
ste

Anonimo ha detto...

@ morena:
ah, anche da piccola eri così? beh, se non altro ti è venuto fuori un bel racconto
:-)

@ laura:
mi hai sorpreso. stavolta tutti i bastardi che hanno sedotto e abbandonato Ivana non sono finiti sotto l'asfaltatrice. eppure Natale non è.
mi sei piaciuta, comunque. parecchio
enrico gregori

gea ha detto...

e sì che ce la fai, laura..
eccome.
e sei brava come sempre.
:-)

Anonimo ha detto...

Il mio non è un racconto, ma un episodio, uno dei tanti della mia vita inquieta e anche spavalda di un’ artista in erba.
Avevo all’incirca 16 anni, era estate e dovevo procurarmi i soldi per i libri. La signora del colorificio, dove avevo sempre un conto aperto, mi aveva dato un’idea: a pochi kilometri da Bergamo c’era un chiosco delle angurie ( da noi si chiamano così) e il proprietario stava cercando qualcuno in grado di decorare un po’ le vasche, verdi e tristi. Io mi presentai, con gli smaltini, una bottiglietta di acqua ragia , pennelli e in compagnia di mio fratello, che allora aveva solo nove anni. Decorai le vasche, come Mattia Moreni (insomma si fa per dire): grandi fette di cocomero rosse, bianco per la scorza e verde per la pellaccia dura. Il tizio, un po’ equivoco, per la verità, ci offrì cocomeri e anche un pranzo presso la trattoria dei camionisti. Alle 16 mi pagò, e anche molto generosamente, poi, visto che il chiosco stava sulla provinciale per Lecco, io e mio fratello ci mettemmo in posa per l’autostop. Si fermò un maggiolino rosso, l’autista sembrava un tipo asciutto, poche parole, baffi spioventi e un’aria incerta. Stavo davanti, e mio fratellino, dietro e così per ingannare il silenzio parlavo e raccontavo di manifestazioni e assemblee. Incurante dei pizzicotti con qui Dario (mio fratello) richiamava l’attenzione, ad un certo punto intonai anche l’Internazionale. La macchina si fermò, ma ormai eravamo quasi arrivati, scendemmo e solo in quel momento (proprio mentre aprivo la portiera) mi accorsi che sul vetro del cruscotto brillava una svastica e il simbolo di Ordine Nuovo. Il giorno dopo appresi dai giornali che un tizio, al volante di un maggiolino rosso, era stato fermato dalla polizia perché implicato negli attentati della Rosa dei Venti.
Bestiale! Ancora oggi, a tavola, mio fratello, prima dell’anguria non perde occasione per intonare l’Internazionale!!!!
>Ciao a tutti, buon caldo e buona estate, Miriam ravasio

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ tutti
...purtroppo mi tocca andare a lavorare... gli eventuali racconti pubblicati nei commenti, li inserirò questa sera nel post.
ciao e che la brezza sia con voi!
stefano

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ miriam
appena in tempo, sono riuscito a postarlo... cavolo che culo miriam, nel senso che vi è andata bene... comunque l'internazionale con l'anguria fa pandant!
stefano

Anonimo ha detto...

Che la forza sia con te! Risposero dall'astronave.
buon lavoro, Miriam

Anonimo ha detto...

@ miriam:
secondo me si doveva mettere paura lui :-)
scherzo, bel racconto/resoconto. ennesima dimostrazione che molto spesso la realtà è la cosa più fantastica che esista
enrico gregori

cristinabove ha detto...

ciao, Stefano, pittore di luci.
ecco il mio racconto.

Salvata dal cocomero

“Mangi, bevi e ti lavi la faccia” così si chiama il cocomero, anzi il melone d’acqua , a Napoli.
Noi bambini eravamo attratti dalla bancarella sulla quale i grandi blocchi di ghiaccio sgocciolavano con sopra le mezzelune rosse dai tanti occhietti neri.
Si faceva a gara a chi finisse prima, e poi le bucce verdi le tiravamo nella grossa cesta sotto il banchetto.
C’era il cartellone raffigurante Pulcinella con la fettain mano che invitava a fermarsi.
E la voce che di tanto in tanto il venditore ”parolava”
I parulani erano gli ambulanti, venditori di qualsiasi cosa, che “davano la voce” nel vicolo, in attesa che si affacciassero le vajasse dai balconi calando il panariello.
Il mellonaro invece era già categoria superiore, posto fisso e bancarella illuminata la sera.
A via Caracciolo, c’era lo struscio, e il lungomare d’estate, era punteggiato di banchetti di frutti di mare e di cocomeri, non quelli lunghi, enormi, americani, ma quelli tondi, verde scuro e scarlatti dentro
Io presi la ricorsa, mio cugino mio coetaneo mi rincorreva, scivolai su una buccia e…mi ritrovai distesa tra le fette, spalmata sulla polpa, tutta rossa, mani, faccia e vestito, a un palmo dalla balaustra che dava sugli scogli…sotto c’era il mare.

Anonimo ha detto...

Stef,
avevo una storia di cocomeri, come faccio a mandartela?
Ti fai dare da uno di questi coatti nostri sodali il mio e-mail?
Ogni volta che lo pubblico da qualche parte diventa come una discarica, tutti gli stronzi mi scrivono le loro miserie: avranno scoperto che sono un miserabile?
Didò

Anonimo ha detto...

Stefano rispondo a questa tua:

@lucy
Guarda che ti sbagli, enrico sa essere dolcissimo, solo che gli stanno sulle balle gli stronzi...
ciao
ste

Mi sbaglio in che senso?Chi ha detto il contrario?Ho detto che ciò e chi ha descritto è stato fatto in maniera eccellente, ma che mi è rimasto dell'amaro per come sia andata a finire la storia cosa c'entra col fatto che Enrico sa o no sa essere dolcissimo? Chi lo ha messo in dubbio? E poi credo che Enrico stesso abbia capito benissimo che non ho criticato in maniera negativa il suo bellissimo testo, visto che mi ha risposto personalmente! Ciao Lucy

Anonimo ha detto...

@didò
scusa ma provo a scrivere da un palmare che mi serve per il lavoro...la mia mail è:
cifalu@libero.it
prova a inviarmelo lì
ciao
stefano mina

@lucy
che fai t'incazzi
guarda che lo stronzo a cui mi riferivo era il contadino.
me sono spiegato?
bacione
stefano

Anonimo ha detto...

@ cri':
bellooooooo. io pagherei, oggi, per vederti spalmata sui cocomeri :-)
@ stefano e lucy:
mia nonna paterna morì a 94 anni. prima di trapassare disse "mi secca solo perché sono convinta di non averle viste tutte".
Ecco, appunto. Una polemica sulla mia presunta dolcezza è davvero surreale. Se un un giorno me l'avessero detto non ci avrei creduto. Eppure...la realtà è sempre meglio della fantasia. Ne sono sempre più convinto
:-
enrico gregori

gea ha detto...

cri, ti ci vedo a correre scherzando, con un vestito chiaro a fiori, direi.
e poi seduta per terra a ridere..
bellissima.

cristinabove ha detto...

simpatica e divertente questa iniziativa di stefano,
i racconti sono tutti gradevoli ...io ho due preferenze ma non le confesserò neppure sotto tortura.
enrico, se dovessi stare oggi come quella sera tra i cocomeri mi porterebbero alla neuro.
gea, un bacio.

Annalisa ha detto...

Miriam dice che il suo non è un racconto, ma lo è, eccome! Sono qui davanti a una fetta d'anguria a ridere e a immaginare suo fratello che prima di mangiarsela si mette a cantare :-)

Anonimo ha detto...

@ Enrico

Enrico tranquillo! Io e Stefano siamo amici dall'età di 17 anni quindi ne è passata di acqua sotto i ponti. Praticamente è come un fratello e come tale è facilissimo che ci mandiamo a ca...e più di quanto tu possa pensare! Ogni situazione può creare il motivo per farlo, reciprocamente e scherzosamente, con tutto il nostro affetto l'uno per l'altra. Ciao. Lucy

@ Stefano
Tanto ci vediamo in questi giorni e un pugno nello stomaco non te lo toglie nessuno !!! Ahahah...
Bacino*

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@cristina
grazie per il pittore di luci
e per aver gradito l'iniziativa.
Sono davvero contento che il cocomero abbia evocato dei racconti così
carichi di suggestioni, così come il tuo...
ciao e grazie
ste

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@tutti
qualcuno sa dove è finito didò?

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

come sempre la nostra simona ci trasporta in paradisi perduti o ancora da scoprire, e lo fa con uno sguardo al cielo/mare ma con i piedi ben saldi a terra.
grazie simona per aver condiviso con noi la magia che attraverso le parole sai creare.
stefano

Anonimo ha detto...

Simona!!!! Ma il tuo è un racconto che ci riporta alle origini del mondo! Regalandoci la dimensione del calore vitale.Non il nostro caldo che combattiamo con la tecnica e le fughe; in quelle righe c'è l'equilibrio naturale di una giornata torrida, della frescura della sera e del freddo piacevole e ristoratore della notte.
Forte, barocca come un intaglio nelle radici o nella scorza dura, dell'anguria, lasciata asciugare al sole, come i corpi privati dai liquidi. (mi ricordo ancora un certo museo dalle parti di Acitrezza, o era da un'altra parte?) Baciotti. Ciao bella! Miriam Ravasio

Anonimo ha detto...

@ simona:
una cosa del genere con un cocomero? e con un cesto di frutta che ci combineresti?
:-)

Anonimo ha detto...

@ southwest:
racconto da will coyote. ma che ci fa uno che odia il cocomero in un campo di angurie?
ti sei perso? e con didò siamo a due!
:-)

Anonimo ha detto...

@ carlo che ha postato il racconto altrove:
1-hannibal lecter in confronto a te è un vegetariano
2-se ti ci metti pure tu col truculento, io che scrivo? il catechismo per i bambini?
:-)

enrico gregori

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ enrico
altrove dov'è?

...a didome ho già spedito due mail ma ancora niente!!??
ciao
stefano

Anonimo ha detto...

Belli , mi sono piaciuti tutti. Forse quello di Laura una ntecchia di più, ma proprio di poco poco.
Li ho letti dopo aver postato il mio, scritto proprio in fretta (fra l'altro credo nel posto sbagliato, dopo il post, e infatti non lo trovavo più), ma se li leggevo prima forse il mio non l'avrei neanche inviato. Mi sono pure accorto di un paio di errori, cazzo! Mi consolerò con una fetta di cocomero (che nella mia natìa Genova si dice patéca, nè cocomero, nè anguria, quindi,tra i 2 litiganti...)
Carloesse

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ enrico
...come non detto... l'ho trovato qua sotto.Già inserito.
stefano

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ tutti
è arrivato anche didò!

Anonimo ha detto...

è arrivato anche didò?
bene, come si dice nella sua Napoli "tenevamo scarsezz'e chiaveche"
:-)

Anonimo ha detto...

ops, l'anonimo che insulta didò sono io. ci tengo
enrico gregori

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@tutti
vi saluto, torno domani ma voi fate pure, la stanza è aperta... ho lasciato un paio di fette di cocomero nel frigo... le bucce mi raccomando nell'organico! ( faccio la raccolta differenziata)
stefano

Anonimo ha detto...

@Stefano,
ti chiedo venia se sarò greve come un boscaiolo turco a cui sia caduto, da una moschea, una mezzaluna da 40 kg sulle scarpe, ma ho da usar una metafora per definire quel panfilo deragliato sul Tevere che mi saluta a pernacchie. Userò un vecchio proverbio napoletano, che sancisce con soverchia saggezza la tracotanza verbale di quel bulgaro de 'noantri.
@Enrì, nu cazz'nculo t'ho tieni e 'na parola 'mmocca no!"
Didò

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@didò
mi sono stampato il tuo racconto per leggermelo con calma.... che dire se non che è scritto da dio, pardon da didò! lo so,che ci vuoi fare mi vengono così!
seriamente: l'ho trovato davvero emozionante... da ferroviere ho sfiorato la strage di bologna e vissuto quella di s. benedetto ... che anni assurdi!...
stefano
stefano

Anonimo ha detto...

@ didò:
sì, bello. in effetti dovevi rimanere entro le 250 parole, ma si sa, quando uno ha molto da dire...Si poteva bloccare Leonardo mentre dipingeva la Gioconda dicendo "ao', è finito er blù"?
enrico gregori

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ tutti

ho ricevuto questa mail da simona... non è riuscita a postare qui da me perciò lo faccio io:

caro stefano,
ho visto il racconto...
grazie!!
Volevo lasciare due righe per ringraziarti e augurare buone vacanze a tutti ma non ci sono riuscita!
Puoi farlo tu per me?
Un bacio a tutti e ancora grazie. I racconti sono tutti bellissimi!
Simo

didò ha detto...

@Stefano,
Enrico lo sa già, ne abbiamo parlato a lungo, se la nostra generazione si mettesse a ravanare seriamente nei ricordi, ogni diario potrebbe diventare un romanzo, poi m'intristisco, perciò faccio l'umorista.
Parafrasando Gasmann, possiamo dire che abbiamo tutti "un grande avvenire dietro le spalle".

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

Carlo meno male che non sono vegeta riano perchè altrimenti "... quell'ammasso di carne tutto attaccato all'osso..." mi sarebbe stato fatale... quando si fanno certe cose non bisogna lasciare nulla al caso, si rischia di cadere su una buccia.... di cocomero!
ciao carlo e grazie anche a te.
stefano

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ didò
parafrasando monsieur bonton
"anche sulle palle"
pardon. stefano

Anonimo ha detto...

@ didò:
tu di certi argomenti non ne hai parlato con me, o forse ne hai parlato con la mia segreteria telefonica. ma va bene lo stesso, a te chi sia ad ascoltarti interessa poco. sei un oligofrenico verbale
:-)
enrico gregori

gea ha detto...

con me, ne hai parlato.
...beeep...

(non fatemi andare in crisi di identità, per favore)

francesco didomenico ha detto...

@Greg,
la tua segreteria tel ha una voce sexy,unita alla tua di Bombolo e alla mia di Cannavale si potrebbe fare il remake di quei b-movie (sempre che tu accetti nel contratto di passare al buio del Capranichetta con la cassettina delle gazzose).
Poi piantala di fare citazioni colte, per fortuna che c'è Wikipedia, pensavo che "Oligofrenico" fosse una delle qualità della Ferrarelle.

didò ha detto...

@Gea,
che fai? Dichiari in pubblico che abbiamo parlato del Greg?
Lui già si sente come la statua di Giordano Bruno a Campo de' Fiori, poi manca solo che dica : "dateme fuoco!"
(dobbiamo sempre farci riconoscere, basta un salotto aperto e noi giù a spettegolare!)

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

...non proprio un salotto, una stanza con un divanetto due sedie una libreria "billy" dell'ikea, abbastanza accogliente, comunque...

ciao gea,didò, enrico...
fate pure, io vado a nutrirmi... nell'altra stanza, la cucina.
stefano

morena ha detto...

molto belli anche gli ultimi racconti aggiunti. un insieme di fette di cocomero fresche e dissetanti ( a parte certe cose che qualcuno mette in frigo...)
grazie a stefano dell'idea e dell'ospitalità.

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

spero arrivino altri racconti... ne dovrebbe arrivare uno dalla germania, chissà?... ma si sente già nell'aria quell'atmosfera malinconica del dopo, e mi vengono alla mente questi versi oramai inascoltati da molti anni:

"Tutto e' finito
Si smonta il palco in fretta
Perché anche l'ultimo degli addetti ai lavori
Ci ha a casa qualcuno che l'aspetta
Restano sparsi
Disordinatamente
I vuoti a perdere mentali
Abbandonati dalla gente
Dalla gente...
Abbandonati dalla gente...."
edo bennato.(1975)

grazie ancora a tutti!
stefano

Anonimo ha detto...

@ stefano:
ma tu proprio Bennato dovevi andare a pescare? adesso ti becchi didò che ti racconterà di quando lui, i Bennato, Nino D'Angelo e quel monumento ai coglioni caduti per terra di Pino Daniele andavano a zoccole pagando coi soldi del Monopoli. Te la sei cercata!
enrico gregori

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

Enrico, Sapevo di rischiare ma l'ho fatto... basta però che didò non tiri fuori una amicizia con gigi d'alessio, quella non so se riuscirei a sopportarla!:-)
stefano

francesco didomenico ha detto...

Maledetto Enrico,
stavolta ho riso di gusto!
Mi ha fatto ricordare la mirabile imitazione che fa Fiorello a Radio Due di Gianni Minà: "Erano i fafolosi anni '60, a casa di Fidel eravamo io, Alberto Juantorena, Pupo, il cane di Sotomayor, una fototessera di Che Guevara, che osservavamo un reperto del vomito con cui si soffocò Jimi Hendrix, prima di allocarlo nel museo della revolucion..."
Comunque, la prossima volta ti racconterò di quando Peppe Barra, scivolando su di un cetriolo sul palcoscenico del teatro Bolscioi, scorreggiò voluttuosamente sul viso del delegato Pcus alla cultura della Prospektiva Nievski.
Il pezzo mi sembra fu scritto da Gregori, sulla cronaca marrone de "Il Gonfiatore" antico organo dei ciclisti di Fossalta di Portogruaro.
Ma questa è un'altra storia, la racconto domani...

francesco didomenico ha detto...

Stefano carissimo,
dimenticavo...è uscito un mio racconto, stampato da cani, con terrificanti refusi, sul più antico quotidiano napoletano: "Il Roma". Ti passo il link, ove mai qualcuno volesse leggerlo a gratis.

http://www.ilroma.net/test3/pagine_new/archivioedicola.php?giorno=30&mese=Luglio&anno=2008&tst=Roma&pag=13

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ didò

leggere i tuoi racconti è sempre un piacere e poi come non provare simpatia per uno che si chiama ciccio! devi sapere che a casa mia mia moglie ci chiama tutti, ciccio: ciccio il gatto ciccio i miei figli e naturalmente ciccio anch'io che forse sono l'unico leggermente ( ho detto leggermente) sovrappeso.
ah! dimenticavo,nessuno di noi si chiama francesco.

ciao ciccio

stefano

Anonimo ha detto...

........... Stefano .........non voglio inveire.... ci siamo capiti !!!! Muah ah ah aaaaaaaah....Baci.....anonimi

Anonimo ha detto...

A proposito di gatti: sei andato da Gea?

Didò

lanoisette ha detto...

prima ho scritto il mio (colpa di Annalisa, non sono arrivata nemmeno qui, mi sono fermata al suo "Circolo" e mi sono messa a scrivere), poi ho letto tuuti vostri. sono proprio belli, così diversi. il mio preferito è quello di Gea: mi ricorda tanto le attese piene di sogni di quando ero bambina... :)

Stefano Mina "un onesto pittore riminese" ha detto...

@ monsieur didò

si, da gea sono andato e di ciccio il gatto ho parlato.
ste

@lanoisette
benvenuta e scusa il ritardo.
mi è piaciuto un sacco il tuo giocare con i doppi sensi. Bel racconto fresco e ironicamente sensuale.
grazie anche a annalisa che ti ha dirottata qua.
stefano