giovedì 18 dicembre 2008

vero o falso? Non sempre la differenza salta agli occhi, ma...




Anche quest'anno, come ogni anno ci è toccato decidere e - come spesso accade - prendere una decisione, scegliere tra due opzioni, comporta uno sforzo notevole soprattutto per esseri mutevoli quali noi siamo.
Scelta ben più ardua - la nostra - rispetto a quella del biondo Amleto.
Qui non si tratta di un semplice "essere o non essere" qua si deve risolvere l'annoso dilemma: L'albero di natale lo prendiamo vero o fasullo... di plastica made in china o naturale made in serra?
Ogni volta le stesse interminabili sfibranti e inutili argomentazioni per perorare la propria scelta:
- ma dopo muore...
- non è detto, comunque finto è davvero triste, come il toupet del premier...
- degli ultimi tre se n'è salvato uno solo e poi dopo, dove lo piantiamo
- beh! neanche malvagia come statistica, ma poi non eri tu che odiavi i fiori di plastica?
- sì, ma come si fa a far morire un albero per una semplice tradizione
- non è mica un tacchino, un agnello... santo cielo, è un alberello, li coltivano apposta! e poi finto costa anche di più...
- è vero però ti dura una vita...
- sì ma per costruirlo, spreco di energia, risorse naturali, petrolio...
- posti di lavoro...

Così all'infinito.
Ma questa volta Cinzia si è imposta e a noi tre maschietti non è restato che abdicare.
Siamo andati all'ipercoop e abbiamo acquistato uno alberello cinese non troppo caro e non troppo orrido alto circa 150cm. A guardarlo bene non sembrava più finto delle labbra delle nostre soubrette, sicuramente più sobrio e molto più credibile.
Arrivati a casa dopo aver aperto - curioso - l'imballaggio, la sorpresa.
Dentro la scatola ho trovato una quantità incredibile di pezzi raggruppati in piccoli mazzetti, ognuno distinto da una lettera dell'alfabeto.
Un vero kit di montaggio.
Ho dovuto praticamente costruirlo ramo per ramo... mancavano solo le pigne e uno scoiattolo e sarebbe stato perfetto.
45 minuti mi ci sono voluti ma devo dire che il risultato è stato più che soddisfacente.
Mi pareva quasi di sentire l'odore acre di sottobosco e ho addirittura spostato qualche ramo basso con la speranza di scorgere la castana testolina di un boleto.
Cinzia con la sua proverbiale grazia ha completato l'opera addobbandolo con molta sobrietà e altrettanto gusto.
Anche ciccio ( il gatto) ha gradito.

p.s. e il vostro come sarà, vero o falso? that is the question...
Se vi va raccontate il perché delle vostre scelte e magari confessate pubblicamente in quali circostanze avete preferito il posticcio all'originale.

stefano


martedì 16 dicembre 2008

CLICK!


Ah che casino! ho rimosso con un solo clic tutti i link degli amici!
Niente panico, nessuno si offenda, sono solo un po'(un po'?) imbranato... nulla di più.
Con pazienza provvederò alla ricostruzione, scusate.
stefano

giovedì 11 dicembre 2008

Oh, se mi girano!

In questi giorni si ritorna a parlare con finto coinvolgimento di etica della politica, insomma della cosiddetta questione morale. Ogni tanto succede... più o meno come il richiamo dell'antitetanica. Si sprecano fiumi di parole, torrenti, oceani di inutili parole. La cosa buffa è che a parlarne e a deciderne il "fondamento" siano proprio i degni rappresentanti di una classe dirigente che ha palesemente fallito nel suo compito ma che ostinatamente (non non direi furbescamente, a questo punto) finge di non accorgersene con il tipico atteggiamento di chi vuol "fare lo scemo per non pagare dazio", probabilmente convinti che il livello di guardia non sia ancora stato superato, così come la nostra soglia di sopportazione. La cosa triste è che sospetto abbiano ragione visto la nostra scarsa propensione all'indignazione.
Non sono mai stato un "qualunquista", ho sempre "parteggiato" e partecipato ma questa volta sono davvero disarmato ed ho perso quasi del tutto la poca fiducia che mi era rimasta nella classe politica del nostro paese: tante facce per un solo pensiero. A forza di rincorrersi i partiti politici tendono sempre più ad assomigliarsi; la cosa peggiore è che si assomigliano soprattutto negli aspetti negativi. Non fanno altro che puntarsi il dito accusatorio l'un l'altro. Non cercano di evidenziare le proprie particolarità, magari positive, (difficile trovarle?) per differenziarsi dalla controparte, ma si limitano a dire: "Tu dai del poco di buono a me, e tu allora, ti sei visto allo specchio?. non sei meglio di me, sei uguale..."
Giorni fa ho sentito qualcuno dire: "No, guardi, quando sento parlare di etica io mi preoccupo; ognuno di noi ha la sua morale, qual'è allora quella giusta? lasciamo perdere altrimenti questo terreno può diventare pericoloso... "
Ma come pericoloso, e per chi? In fondo cosa chiedono i cittadini che cercano di vivere la loro vita in modo minimamente corretto se non che la classe politica che li rappresenta faccia altrettanto? Chiedono pochissimo, soltanto che alcuni principi basilari vengano rispettati.
Chiedono che la politica si occupi, non solo della propria pancia e del mantenimento del potere, ma anche un poco del suo prossimo, rispettandolo il più possibile e non continuando a deriderlo e a strumentalizzarlo ogni volta che questo fa comodo; chi siede in parlamento e ha compiti dirigenziali deve sentire il peso, la responsabilità del compito gravoso che gli è stato conferito... Per anni ci è stato chiesto, molte volte con il ricatto, di essere empatici e ragionevoli, adesso tocca a "loro"! Che provino una volta tanto ad infilarsi nei nostri sporchi e scomodi panni se vogliono tentare di salvare il salvabile. Cavolo ma qui ci sono in gioco le vite degli uomini, mica cazzate.
"Campa cavallo che l'erba cresce" lo so, quando si tratta di inseguire utopie sono davvero un campione, ma non demordo e continuo nel mio farneticare.
Chissà se un giorno sentiremo un politico dire in diretta televisiva; " cittadine e cittadini rilascio il mio mandato nelle mani degli elettori, ho tentato ma ho fallito, chiedo scusa."
Non ridete vi prego, so che questo difficilmente accadrà, almeno a breve termine, perciò nel frattempo, l'unica cosa che possiamo fare è tentare di farla noi la "rivoluzione", non con la violenza che poi alla fine gli diamo pure un alibi a "quelli", ma modificando i nostri comportamenti sociali a cominciare da quando andiamo a fare la spesa, quando ci spostiamo con l'auto (meglio senza, quando è possibile), quando incontriamo un nostro simile ( magari apparentemente diverso), quando guardiamo un programma televisivo, quando andiamo al cinema (se c'è rimasta una sala), quando compriamo un disco ma soprattutto lavorando sulla nostra autostima per ri-appropriarci della nostra vita cercando di delegare il meno possibile a persone che non meritano il nostro rispetto.
Le cose (si) possono cambiare.

p.s. Mi piacerebbe tanto non sentire più nessuno dire " ma che ci vuoi fare, noi non contiamo un cacchio"

stefano


venerdì 5 dicembre 2008

segnalazione

... già che ci siete, fate un saltino da didò che deve segnalarci una bella cosa che lo riguarda. ciao
stefano

suggerimenti

martedì 2 dicembre 2008

Aspettando Natale



Anche noi (no, non è plurale maiestatis, intendo dire noi: Enrico, Remo, Francesco, Salvo, Gaetano, Evento, Vincenzo, Morena, Stefano... ecc.ecc.) abbiamo scritto la nostra letterina di natale... solo che le abbiamo tutte inviate alla nostra cara amica Morena Fanti che ha deciso di renderle pubbliche proprio QUI
Consiglio caldamente agli amici di andare a sbirciare... ne vale davvero la pena.
stefano



venerdì 21 novembre 2008

giovedì 20 novembre 2008

suggerimenti

su letteratitudine un altro post molto puntuale di Massimo Maugeri e Simona Lo Iacono che dovrebbe interessare molti degli amici blogger e non solo dal titolo: La responsabilità legale della scrittura in rete.


Enrico Gregori ha pubblicato un nuovo libro dal titolo "Doppio squeeze"


ciao
stefano

martedì 18 novembre 2008

un bel libro


Recentemente ho letto un libro piccolo piccolo ma dal contenuto immenso. Mi ha colpito talmente tanto che l'ho poi letto a mia moglie - che non ha fatto nessuna resistenza - in un paio d'ore, tutto in un fiato, mentre cucinava. E' un piccolo grande libro che non lascia indifferenti. Non da risposte, spiazza e pone interrogativi - come spesso i buoni libri fanno -. Dopo poche battute ero già catturato e procedevo nella lettura come ipnotizzato. Mentre mi avvicinavo alla fine, trattenevo il respiro, quasi temessi il peggio.
Mancavano poche pagine e mi domandavo come lo scrittore avrebbe risolto i suoi/miei dubbi e chi fra i due protagonisti avrebbe deciso di far trionfare.
"Nelle poche pagine che mancano mi dirà qual'è il suo pensiero" Risponderà almeno ad una delle mille domande che mi ha insinuato nella testa!"

Pretesa ingenua da parte mia, Cormac McCarthy non è un guru, un santone che indica la strada da percorrere ma un grande scrittore e un essere umano come tutti noi, con le sue domande che sono le nostre e una volta ancora ci porta per mano davanti ad uno specchio e ci dice: adesso guarda e dimmi quello che vedi, non solo fuori, dai un'occhiata anche dentro?

Se qualcuno di voi l'avesse letto mi piacerebbe scambiare qualche opinione se invece non l'avesse ancora sciaguratamente fatto corra subito alla prima libreria e lo comperi... costa solo Euro 10.

stefano


venerdì 14 novembre 2008

la panchina vuota


In questi giorni non ho avuto molto tempo da dedicare al blog e mi dispiace non aver discusso con voi dell'atto atroce e indescrivibile che alcuni esseri innominabili hanno compiuto nella mia città. Il primo pensiero è stato " ma come è possibile? che razza di bestie!... ma poi immediatamente ho cercato un'altra parola per definirli, perché sentivo che poteva suonare come offensivo per degli animali che mai, mai potrebbero arrivare a tanto!.. Non l'ho ancora trovata.
Passando dal blog di Milvia mi sono stupito (non più di tanto, oramai) di leggere questo suo post che comincia proprio dalla stessa mia riflessione.
Vi invito a leggerlo con attenzione. Grazie

stefano


domenica 9 novembre 2008

Comunicato non spassionato

Attenzione! Popolazione! sul blog di francesco didomenico (didò) è apparso un nuovo interessantissimo post... cliccate subito ( . ) e vi catapulterete in casa del nostro simpaticissimo amico
stefano


venerdì 7 novembre 2008

Una,nessuna,centomila


Questo è il racconto con cui ho partecipato al concorso letterario "la signorina a colori" sul sito di VDBD
Ad alcuni è piaciuto ad altri no... gli altri sono stati di più degli alcuni, perciò sono fuori. C'est la vie!




... Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta. La signorina a colori…

Questa era la traccia da cui Franco doveva partire per sviluppare il suo racconto.
Franco aveva 44 anni. Da quasi un anno disoccupato. L’azienda per cui lavorava aveva chiuso i battenti per bancarotta, fraudolenta oppure no, non faceva nessuna differenza. Lui a casa senza stipendio e i suoi datori di lavoro in qualche isola tropicale con il malloppo.
In un primo momento non si era particolarmente preoccupato. Data la sua esperienza ventennale nel campo delle comunicazioni era certo che in poco tempo avrebbe trovato un nuovo impiego ma purtroppo era stato troppo ottimista. I giorni, le settimane infine i mesi passavano ma ancora niente. Per fortuna qualche soldo da parte l’aveva messo e Luisa, sua moglie era riuscita a trovare un lavoro sottopagato come ausiliaria in una scuola privata, naturalmente a tempo determinatissimo.
La situazione si stava facendo insostenibile quando, finalmente, poco prima di cadere in preda allo sconforto, un amico gli aveva suggerito di presentarsi presso un grossa agenzia pubblicitaria che stava riorganizzando il personale. Era stufo di pubblicità, ma non era il caso di fare il difficile, ora.
Si erano presentati in tanti per quei tre posti di lavoro e c’erano da superare alcune prove attitudinali.
La prima, quella di computer grafica era stata piuttosto agevole ma ora doveva affrontare quella di scrittura creativa. Gli avevano fornito anche una foto. Per la precisione, la foto di un dipinto raffigurante una “signorina a colori” di cui avrebbe dovuto parlare, raccontarne la storia, come suggeriva l’incipit.
Guardava l’immagine e leggeva quelle poche righe ma l’unica cosa che sentiva crescere in se, era una profonda antipatia per quella donna che a lui pareva più un’acida “madame” che una dolce “mademoiselle”.
Non era certo il momento per perdersi in simili facezie ma finora da quella traccia non gli arrivava nessuno stimolo.
Rammentò quando, l’anno prima, suo figlio tornato dal liceo dopo una prova d’italiano, si era lamentato del fatto che i titoli dei temi erano del tutto privi d’interesse e lui da buon genitore rompiscatole aveva risposto che il bello stava proprio lì, nel riuscire a scrivere un bel testo su un argomento poco allettante.
Ricordò poi, quando al colloquio con l’insegnante delusa per quella “battuta d’arresto”, timidamente aveva tentato di giustificare il figlio dicendole che forse il tema non era stato particolarmente congeniale al ragazzo… lapidaria era stata la risposta della docente, accompagnata da un ironico e laconico sorriso “ma c’erano altri 4 titoli!”
Ironia della sorte, ora c’era lui in quella situazione. Solo che qui non ci si limitava a prendere un sei -, ma ci si giocava un posto di lavoro!
Trasalì al solo pensiero e decise di conseguenza di concentrarsi.
L’inesorabile cadenzare del tempo era evidenziato dall’enorme orologio appeso alla parete di fronte a lui.
Ancora niente! Anche se in realtà, c’era un abbozzo di idea che tentava di germogliare, a cui però, non voleva dare retta. Netta la sensazione che l’avrebbe portato fuori strada.
Un’immagine, ad intermittenza, affiorava nella sua mente. L’immagine di una bambina con il cappotto rosso che ogni tanto entrava in scena in un film girato interamente in bianco e nero. Data la sua maniacale passione per il cinema, dopo alcune ricerche, aveva scoperto che quella bambina era veramente esistita. Ricordava che il regista si era ispirato a un testo di Roma Ligoka, sopravissuta nel lager di Cracovia durante la seconda guerra mondiale. Memoria di una bambina con il cappotto rosso.
Ma si rendeva conto che quella vicenda era troppo delicata e dolorosa da affrontare così su due piedi. Non voleva rischiare una facile retorica.
Poteva, al limite, spostare l’obiettivo sulla giovane interprete del film che sicuramente ora doveva avere attorno ai 25 anni. Facile immaginare per lei, come per molti altri " cattivi ragazzi" di hollywood, dopo un successo precoce, un fatale destino intriso di droga, sesso, alcool. Ma seguendo quella direzione temeva di essere prevedibile e scontato.
Il compito si stava presentando più arduo del previsto.
Se solo non ci fosse stata quella foto!
Franco non avrebbe avuto nessuna difficoltà a scrivere dell’unica “signorina a colori della sua vita… Luisa.
Avrebbe raccontato la sua forza di donna, di come fosse capace di illuminare con un semplice sorriso anche le giornate più grigie, di come avesse affrontato ogni lavoro anche il più umile con grande dignità,
senza mai lamentarsi della fatica, della paga ridicola, della paura, allo scadere, di non vedersi rinnovare il “contratto”, di come miracolosamente fosse riuscita a trasformare tutto questo in qualcosa di gratificante.
Quante volte gli aveva ripetuto che qualsiasi lavoro uno svolgesse, l’importante era non perdere di vista se stessi.
Lei era la donna a colori di cui narrare, ma purtroppo non era quella del ritratto!
Franco cominciava ad innervosirsi.
Spesso i suoi ragionamenti non seguivano un percorso rettilineo ma prendevano mille vicoli laterali e a volte era difficile ritornare sulla strada maestra.
Ma questo non era certo il momento adatto per simili esercizi cerebrali. Ora bisognava essere concreti.
Perciò con un gesto invisibile ma efficace resettò la mente e appoggiate le dita sulla tastiera cominciò.
La signorina a colori – la chiamavano così per la quantità di cappelli e sciarpe che solitamente sfoggiava - era visibilmente irritata. Da almeno dieci minuti, seduta al tavolo del cafè Cavour, aspettava Filippo, suo giovane e aitante accompagnatore. Donna molto affascinante ma soprattutto ricca e potente. Era sposata con un uomo insignificante ma molto ambizioso che grazie al suo appoggio economico, ricopriva un ruolo di spicco nella scena politica del paese. Naturalmente Filippo non era suo marito, ma solo un amabile “divertissement”...

stefano mina


martedì 4 novembre 2008

What A Wonderful World



CHE MONDO MERAVIGLIOSO

Qualcuno di voi ragazzi mi ha detto, ehi nonno,
cosa vuoi dire con 'che mondo meraviglioso'?
E che ne pensi di tutti quei muri in ogni dove?
Li chiami meravigliosi? E la fame? E l'inquinamento?
Beh, neanche questo è meraviglioso.
Ma ascoltate il nonno per un minuto.
Il mondo non mi sembra tanto brutto, è brutto quel che gli facciamo
e tutto quel che dico è: che mondo meraviglioso sarebbe
se solo gli dessimo una chance.
Ama, ragazzo, ama. Il segreto è questo.
Sì, se tanti di di più ci amassimo
risolveremo un sacco più di problemi e allora il mondo sarebbe migliore,
questo è quel che il nonno continua a dire.

Vedo alberi verdi, anche rose rosse
Le vedo sbocciare per me e per te
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso

Vedo cieli blu e nuvole bianche
Il benedetto giorno luminoso, la sacra notte scura
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso

I colori dell'arcobaleno, così belli nel cielo
Sono anche nelle facce della gente che passa
Vedo amici stringersi la mano, chiedendo "come va?"
Ma in realtà vogliono dire "Ti amo"

Sento bambini che piangono, li vedo crescere
Impareranno molto più di quanto io saprò mai
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
Sì, fra me e me penso, che mondo meraviglioso

Louis Armstrong



se volete QUI, QUI, QUI, QUI QUI e QUI, QUI, QUI

Day after tomorrow
Tom Waits

Ho ricevuto la tua lettera, oggi
E mi manchi tanto, quaggiù
Non posso aspettare per vederti
E conto i giorni, cara
Credo ancora che ci sia l'oro
Alla fine del mondo
E tornero a casa
nell'Illinois
dopodomani

È così dura
ed è così freddo qui
e sono stanco di prendere ordini
E mi manca la vecchia città di Rockfrod
Al confine con il Wisconsin
Ma mi manca, non ci crederai
Anche spalare la neve e rastrellare le foglie
E il mio aereo toccherà terra
dopodomani

Chiudo gli occhi
ogni notte
e sogno di poterti stringere
Ci riempono di bugie
a cui tutti credono
su cosa significa essere un soldato
Ancora non so cosa dovrei provare
per il sangue che è stato versato
E voglia Dio, sul suo trono
riportarmi a casa
dopodomani

Non puoi negare
che dall'altra parte
non vogliono morire
più di quanto lo vogliamo noi.
Quello che sto cercando di dire è
Loro non pregano
lo stesso Dio che pregiamo noi?
Dimmi, come fa Dio a scegliere?
Di chi rifiuta le preghiere?
Chi gira la ruota?
E chi lancia i dadi
dopodomani?

Mmmmmmm...

Non sto combattendo
per la giustizia
Non sto combattendo
per la libertà
Sto combattendo
per la mia vita
e per un altro giorno
qui al mondo
Faccio solo ciò che mi hanno detto
Siamo solo ghiaia sulla strada
E solo quelli fortunati tornano a casa
dopodomani

E l'estate
anch'essa svanirà
e lascerà il posto al gelo dell'inverno, cara
E so che anche noi siamo fatti
di tutte le cose che abbiamo perso qui
Avrò ventun anni oggi
Ho messo da parte tutta la mia paga
ed il mio aereo toccherà terra
dopodomani
ed il mio aereo toccherà terra
dopodomani

e QUI e anche QUI

stefano







martedì 28 ottobre 2008

IL PAZ (cap 2°)

Enrico rotelli ha inviato una lettera aperta alla città di rimini per il laboratorio Paz ( nuova chiusura). E' possibile aderire all'iniziativa lasciando nome, cognome e professione QUI
amici, dateci un'occhiata.
grazie
stefano


venerdì 24 ottobre 2008

Un giro in giostra

Questo è il racconto con cui ho partecipato al gioco letterario lanciato da L&L


Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola... sensazione così sgradevole che unita al senso di vertigine non prometteva niente di buono. D'altra parte avevo messo in preventivo questa imbarazzante situazione nel momento stesso in cui avevo accettato di accompagnare i miei studenti del quinto anno a Girabilandia, l’ultimo giorno delle vacanze di Pasqua. Ho sempre odiato le giostre, i luna park… non ho mai capito, anche da adolescente, cosa ci fosse di così divertente in questa follia collettiva, in quei surrogati procacciatori di emozioni. Ma dato che con i ragazzi avevo un ottimo rapporto, era stato facile, per loro, convincermi ad accompagnarli il giorno dell’apertura. C’era, per la verità, uno studente con cui non riuscivo proprio ad entrare in sintonia. Anzi, diciamo pure, in tutta onestà, che ci stavamo reciprocamente sulle scatole. Si chiamava Raffaele Brugnettini, soprannominato “lele-mosina” data la sua spiccata propensione all'accattonaggio. Era in grado, esasperandoti, spesso minacciandoti, di elemosinare, di estorcerti qualsiasi cosa: una penna, un quaderno, un pezzo di panino a ricreazione, una mezza cicca, i soldi per una bibita, un passaggio in scooter, un compito non fatto, un bacio da amiche riluttanti, un voto..." Su prof, mi dia la suf, non faccia il tirchio prof..." Non riuscivo proprio a sopportare quell’essere viscido e prepotente e non mi vergogno ad ammettere che spesso sono stato tentato di ricorrere a quei subdoli stratagemmi che noi insegnanti conosciamo bene, per incastrarlo... Ma non l’ho mai fatto, finora. Più per una questione etica che deontologica. Spesso la cosiddetta professionalità non è nulla più che una parola vuota.
Ora, eccomi qua, in preda ad una nausea tremenda, sopra questa giostra infernale, una specie di tamburello gigante che credo si chiami Toboga, o qualcosa del genere, che oscilla e gira contemporaneamente, così veloce da costringermi a tenermi saldo ad una specie di ringhiera a cui sono appoggiato con la schiena; dagli occhi chiusi fuoriescono piccole lacrime, come quando vado in bicicletta al mattino presto e l’aria non è stata ancora riscaldata dal sole. In mezzo al frastuono che mi circonda, così forte, così indefinito da annullare paradossalmente ogni suono, sento in modo intermittente le risate e le grida isteriche di Brugnettini… riesco a socchiudere appena gli occhi e lo vedo, non è troppo distante da me, mi guarda e ride, in modo così sguaiato da farmi provare un senso di ribrezzo, sento la rabbia crescere. In quell’istante un pensiero non proprio edificante si insinua nella mia mente “che cazzo ridi, con quella faccia butterata che ti ritrovi potresti grattugiare un…”
Ah! Ma che schifo sto saporaccio di fragola, è stata quella fetta di torta al mcdonald’, ne sono certo! Sono anni che non ci metto più piede, da quando un mio amico che ci lavorava mi disse che se lasciavi un hamburger sul tavolo più di un minuto senza cuocerlo, questo cambiava colore, da rosa a verde, da verde a giallo e poi, improvvisamente gli spuntavano delle zampette e cominciava a correre…l’ultima parte l’ho aggiunta io.
Per questo motivo, invece di avvelenarmi con uno di quei big non-so-che-cosa, ho scelto quella nauseabonda fetta di torta ricoperta di glassa…
Anzi no, adesso che ci penso è stato proprio quel figlio di una raspa a consigliarmelo; ecco perché ora se la ride. “Ridi, ridi che domani c’è trigonometria, vediamo se sarai ancora così allegro, domani”… Ma intanto questa cazzo di giostra gira sempre più veloce e non si ferma mai! Dio, come sto male, e la testa… Guarda la professoressa Pollastrini, non ha problemi di stomaco, lei, e come se lo gusta, quello zucchero filato, la stronza! Sarà contento il suo dentista! Lei laggiù, ignara e beata mentre io quassù sto morendo. Accidenti! Ma che diavolo mi sta succedendo?
Sembra quasi che nel mio stomaco qualcosa si stia muovendo, come una palla gommosa e dolciastra che cresce sempre di più, una specie di blob. Mi giro e guardo Brugnettini che probabilmente si è accorto della mia mutazione genetica e continua a ridere, a ridere, a ridere; riesco persino a vedergli le tonsille…. Ah! come sto male, ah! come lo odio quello scorfano, non ce la faccio più, non ce la faccio……più!
La liberazione arriva tempestiva e salvifica. La giostra ha completato la sua corsa. La creatura aliena è fuoriuscita dalle mie viscere e si è catapultata in testa all’antipatico studente, che ora non sembra più divertirsi tanto. Se ne sta lì, immobile come paralizzato dallo stupore, ma solo per una frazione di secondo perché all’improvviso, come se il suo cervello avesse finalmente realizzato l’accaduto, scatta come una molla e si invola come un indemoniato verso la toilette del parco urlando e inciampando ogni tre passi.
Niente più vertigini, niente più nausea, mi sento come chi ha sofferto mal di mare per tutta la traversata e appena giunto sulla terra ferma non prova assolutamente più nessun fastidio.
Sì, ora sto decisamente meglio, anche quello stucchevole sapore di glassa alla fragola sembra del tutto scomparso.

giovedì 23 ottobre 2008

Questo è un uomo?

Milvia Comastri sta raccogliendo testimonianze contro la guerra, sul suo blog, "rossi orizzonti".
Chiunque può inviarle poesie, scritti vari, testimonianze dirette e indirette.
Io, le ho mandato un paio di poesie del mio caro amico e poeta Vincenzo Giorgetti.
Mentre le cercavo, me ne è capitata un'altra sotto gli occhi che trovo molto attuale, purtroppo!

Quegli occhi

Chiusa, abbandonata in uno sguardo
la solitudine
la desolazione
la disperazione
penetra lo schermo...
Quegli occhi smarriti chiedono
la speranza di non morire
di fame, di sete, di febbre.
Quegli occhi infossati chiedono
di aprirsi liberi sulla loro terra...
Lo chiedono al nostro cuore, alla nostra coscienza
imprigionata dentro questa città
traboccante di grano e di riso
trafitta da luci scintillanti,
eppure vuota, eppure povera!

Vincenzo Giorgetti





mercoledì 22 ottobre 2008

coitus interruptus

“ E’ libero”?
Domanda davvero stupida visto che nello scompartimento, a parte la ragazza non c’è nessuno.
Lei accenna un lieve sorriso di assenso con fare distratto, senza però distogliere lo sguardo da un libro, che sta leggendo con particolare attenzione.
Mi lascio cadere pesantemente sul sedile, sollevando un leggero pulviscolo che solletica le nari; accanto,la giovane donna non si scompone. Sembra davvero incatenata a quelle parole che scorrono sotto i suoi occhi grandi e luminosi.
Il mio sguardo annoiato si posa sulle vecchie stampe che ho di fronte, lo faccio sempre quando viaggio in treno. Il convoglio si muove. Dopo alcuni minuti e vaghi pensieri, vengo improvvisamente colto da un irresistibile e insano desiderio: scoprire di quale sortilegio è vittima la mia occasionale compagna di viaggio.
Cosa diavolo sta leggendo!?
Con fare disinvolto, con “nonchalance”, avvicino la testa a quella ricciuta della ragazza. Ne percepisco persino il profumo fresco, pulito, piacevole. Cerco ora, allungando il collo, di insinuare lo sguardo fra quelle pagine giallognole piegando leggermente la testa di lato, quando improvvisamente lei si gira e mi fulmina con uno sguardo che non lascia dubbi! Le sorrido timidamente e mi giro. Il viso mi si infiamma quando scorgo con la coda dell’occhio che si sta abbottonando la camicetta bianca all’altezza del seno. Vorrei dire qualcosa per giustificarmi, ma taccio. Il tempo scorre, accompagnato dal monotono e cadenzato rumore del treno al di là del vetro.
L’atmosfera pare ovattata.
Lei si addormenta con il libro tra le mani.
Questa è la mia ultima possibilità. Cautamente, dopo essermi guardato attorno, avanzo con la mano verso il misterioso libello che si alza, e abbassa al ritmo lento del respiro di lei, lo afferro con la punta delle dita e… “ Ma che diavolo stai facendo brutto stronzo?” Con il volume mi sferra in pieno viso una botta che mi lascia intontito per un istante, mi accorgo che sta per colpirmi nuovamente ma la brusca e tempestiva fermata del treno mi lascia il tempo di afferrare la mia borsa e di scendere lestamente dal convoglio.
La vedo dal marciapiede che urla sguaiatamente nella mia direzione, mentre cerca di aprire il finestrino che per fortuna è bloccato. Nella mano destra tiene ancora il libro con la copertina rivolta verso di me… Allora deciso a fare l’ultimo tentativo, mi avvicino a piccoli passi. La ragazza per un attimo è come paralizzata dallo stupore. Ora accelero per paura che il treno se ne vada, e proprio quando la distanza è tale che i miei occhi riescono a percepire le prime lettere del testo, “SOG…” lei, probabilmente terrorizzata, chiude bruscamente la tendina, calando definitivamente il sipario sulla mia curiosità inappagata.
Il treno, con il suo tipico sferragliare, lentamente si rimette in movimento.
Sospiro deluso e mi dirigo verso il tabellone degli orari.


venerdì 17 ottobre 2008

attenzione al suggerimento!

Cari amici, presso il blog del nostro caro didò c'è un racconto molto grazioso di Patty Varone...io ci faccio un salto, e voi?
stefano




attenzione al suggerimento!

lunedì 13 ottobre 2008

SE POTESSI LO FAREI!



Il nostro comune amico (splendido romanzo di C. Dickens... lo consiglio vivamente) Francesco di Domenico mi ha suggerito un post piuttosto divertente: quali sono per voi le cose, le canzoni, i libri, le opere d'arte, più brutte che l'uomo sia riuscito a realizzare, quali sono le cose che vi hanno infastidito, che vi hanno fatto veramente incazzare per la loro falsità, per la loro stucchevolezza, per la loro ruffianeria facendovi stare male e con la sensazione di essere stati presi in giro!
Per fare un piccolo esempio, la prima cosa che mi viene in mente è un film di parecchi anni fa, dal titolo "l'ultima neve di primavera"... ho sentito gente singhiozzare nella sala ed uscire perché non ce la faceva più a sopportarne la visione, oppure " il campione" di zeffirelli; ho sempre disprezzato chi ti vuole commuovere a tutti i costi!
Aspetto con ansia le vostre scelte, le "cazzate" che vorreste cassare.

stefano


domenica 12 ottobre 2008

ancora sulla scuola

spesso amo stuzzicare gli insegnanti, ma quando leggo lettere come questa ( date un'occhiata, ne vale la pena) non posso fare altro che inchinarmi. Grazie alivento per il suggerimento.
stefano


venerdì 10 ottobre 2008

comunicato non disinteressato

pubblico il comunicato della mostra di pittura a cui parteciperò sabato così da dare il tempo agli amici di organizzarsi... naturalmente siete tutti invitati! Certo, se non avete niente di meglio da fare; però, c'è sempre un però, se ce l'avete allora è inutile che poi vi chiediate il motivo di quel insolito prurito in quell'insolito posto... un abbraccio!
stefano

DOPPIO SOGNO

a cura di Sabrina Foschini
Galleria Comunale d’arte, Palazzo del Ridotto, Cesena.
Corso Mazzini 1
Inaugurazione sabato 18 ottobre ore 18
aperta fino al 23 novembre
orari: 9,30/12,30 e 16,30/19,30
chiuso il lunedì
Artisti presenti:
Enrico Azzolini, Laura Baldassari, Giovanni Blanco, Carlo Cavina,
Federico Guerri, Stefano Mina, Luca Piovaccari, Franco Pozzi
Massimo Pulini, Nicola Samorì, Erich Turroni


Organizzazione: Galleria Fiorella Pieri
Galleria Oir 4, 47023 Cesena tel/fax 0547 24086

Doppio Sogno è un’esposizione collettiva dedicata al doppio, al gemello, al gesto ribattuto, alla simmetria. Da sempre l’arte è stata intesa come immagine mimetica o deformante della realtà, come suo riflesso o al contrario come essenza, pregna di significato. In antico lo specchio era definito fallit imago, perché ricreava una figura identica eppure menzognera, quasi magica dell’uomo e delle cose, come a volte accade nella pittura, e se pensiamo alla filosofia platonica potremmo quasi dare all’arte, la cittadinanza onoraria del suo “mondo delle idee”.
La mostra incentra la sua attenzione su artisti che con età e percorsi differenti, tra pittura e fotografia indagano il concetto di ripetizione o di specularità e comprende sia coloro che lavorano sulla figura sdoppiata, gemellare, sia quelli che interpretano il tema in chiave essenzialmente geometrica e simbolica. Il titolo celeberrimo rubato al romanzo di Arthur Schnitzler è stato scelto, non tanto per assonanza con la trama ma appunto per quella componente camaleontica e onirica rispetto alla realtà che l'arte condivide con il sogno.

giovedì 9 ottobre 2008

Così, tanto per dire


Oggi sfogliando Film TV, la rivista che ogni settimana acquisto, da anni oramai,(la consiglio a tutti gli amanti di cinema) ho letto questa cosa davvero interessante, soprattutto per l'attualità del contenuto, ve la trascrivo immediatamente:

"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per manipoli: ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada ( è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, a impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli, invece che alle scuole pubbliche, alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"


Non preoccupatevi, sono passati tanti anni da quando Piero Calamandrei pronunciò questo discorso al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma... era l'11 febbraio 1950. Meno male che poi le cose sono andate diversamente, ora è tutta un'altra cosa... o no?


venerdì 3 ottobre 2008

BLOGOPAROGIOCOLANDO

Alcuni anni fa, quando i miei figli erano piccoli facevo con loro un gioco.
Mi piaceva inventarmi delle favole - niente di particolare - ma era divertente e a loro sembrava piacere.... solamente che non sapevo più che cosa raccontare allora dicevo loro di dirmi alcune parole, così a casaccio, che io poi utilizzavo per costruire la storiella...
Ora è proprio quello che ho fatto qua sotto ... le parole, però me le sono prese dai titoli dei vostri bog, cari amici e dopo averli cuciti assieme ho costruito questa storiellina senza senso che vi propongo.
Gli esclusi non si offendano...era difficile per me inserire ad esempio "vibrando d'espianto" cara alivento... così come spero non si offendano gli inclusi!

Parole: Mah, stanza, altri appunti, noire, le storie di laura e lory, via delle belle donne, sogni volanti, scrivere giocando, rossi orizzonti, chicca, evento unico.

mah! Non capisco la tu ostinazione. Sì, ho fatto come avevi chiesto...Ho detto a tutti di lasciarti solo nella stanza. Ma lasciatelo dire,amico, così non otterrai nulla. E' perfettamente inutile che ti ostini a cercare una soluzione che non c'è.. Da più di un'ora te ne stai lì a testa bassa. Pensi che prendendo altri appunti tutto si risolverà? A volte nella vita è come giocare d'azzardo,giri la ruota punti sul rouge ed esce noir, non serve la logica,è solo una questione di culo, perdonami ma vederti in quello stato mi irrita alquanto... E che sarà mai!?
Non sarà mica l'ultima sulla terra,che diamine. Certo se stai ad ascoltare tutte quelle storie di laura e lory! Vedono complotti e misteri ovunque, quelle due! E poi scusa non sei già andato in Via delle belle donne? e dimmi cosa hai trovato? Niente hai trovato. Smettila di inseguire una chimera... "Per tutta la vita" non esiste! I tuoi sono sogni volanti, fumosi, sembrano quei palloncini quando sfuggono dalle mani dei bambini... Per un po' riesci a distinguerli e poi, puf! scompaiono. Credi di risolvere tutto stando chiuso qua a scrivere? Giocando continuamente con le emozioni si rischia di perdere di vista la realtà... Come quando inseguivi quei, come li chiamavi? ah già, i tuoi rossi orizzonti e per giorni e giorni hai pedinato quella donna tutta curve vestita di rosso che pareva disegnata da un fumettista onanista...Chicca Cherì era il suo nome. Comunque, anche quella volta ti ostinasti e fu un buco nell'acqua. Stai perdendo colpi, mio caro ed ostinato amico, oramai non possiamo più parlare di caso, non si tratta più di un evento unico, fortuito ... Ti stai proprio rincoglionendo Holmes.... Dai andiamo fuori che te ne compro un'altra, di pipa...la tua chissà dove è andata a finire? Altro che "elementare watson" qui bisogna tornare all'asilo!

sorry!
stefano


lunedì 29 settembre 2008

una splendida giornata



Questa mattina ero solo e la giornata era splendida. Non era splendida perché ero solo, era splendida perché ogni tanto le giornate decidono di esserlo. Fabio registrava un pezzo al computer , Luca smaltiva i postumi della domenica seduto in un aula del liceo e Cinzia si baloccava con una decina di marmocchi nel nido in cui si guadagna la pagnotta... e io, dopo un buon caffè da Sauro, sono andato a fare due passi sulla spiaggia oramai liberata da tutte quelle creature dalla pelle cangiante chiamate volgarmente turisti. Il mare era lucidato a nuovo e l'aria salmastra si insinuava fredda nei polmoni, solleticandomi le narici. Camminavo sulla battigia e delle piccole onde accarezzavano i miei passi. La mia, comunque non era una passeggiata senza scopo... avevo deciso di cercare un legno, uno di quei tronchi abbandonati dal mare e poi gettati a casaccio sulla riva, per portarlo a quel fetente del mio gatto che a forza di farsi lo "zampicure" sulle poltrone di casa, aveva già distrutto la poang targata ikea e da qualche giorno si stava dedicando con grande solerzia al ben più pregiato trepposti molteni... perciò prima di avere la tentazione di regalarlo - il felino non il divano - a qualche vicentino di antiche abitudini culinarie, dovevo trovare qualcosa che sostituisse gran parte dell'arredo di casa, sperando fosse di suo gradimento. Dopo aver percorso un paio di chilometri sono tornato indietro con un paio di trofei. Uno pareva una murena lunga ottanta cm circa e l'altro una sorta di mandibola lignea. Giunto a casa, dopo averli puliti li ho stesi sul terrazzo ad asciugare al sole. Ciccio, che non sopporta gli intrusi, vi si è avvicinato con fare piuttosto guardingo (si stava cagando sotto) con l'arco della schiena piuttosto pronunciato e una coda gonfia come un piumino da spolvero, ha annusato e poi se n'è andato per nulla entusiasta. Sono convinto che domani andrà meglio e riuscirà a stabilire un contatto con le presenze aliene. Glielo auguro. Intanto ho memorizzato nella rubrica del telefono il numero della trattoria " L'oca bianca" di Vicenza... non si sa mai!

p.s. le cose trasportate dal mare e depositate sulla battigia, qui dalle mie parti vengono raggruppate in un unico nome "almadira". Bel nome esotico vero?
Il primo gruppo musicale di fabio si chiamava proprio così. La loro musica era
impregnata di molteplici sonorità, arabe, greche, irlandesi... a loro piaceva pensare che tutti quei suoni fossero giunti a loro trasportati dal mare.

stefano



giovedì 25 settembre 2008

Da non perdere!!!

mi scuso per la poca tempestività ma più che di cafonaggine credo si tratti di rincoglionimento precoce... segnalo perciò, in netto ritardo, che sul blog di Enrico Gregori c'è un bel racconto "cattivello" del nostra gentilissima morena fanti

stefano (ex galantuomo!)



venerdì 19 settembre 2008

Per un concorso



Premessa: in questi ultimi mesi ho partecipato a diversi "giochi" letterari sul web, con brevi racconti; c'è una cosa che accomuna quasi tutti questi concorsi ed è la richiesta che vengano prodotti testi con un determinato numero di battute, di caratteri, tassativamente da non superare.
Anni fa, stimolato da un regolamento simile trovato su un quotidiano nazionale, scrissi questo breve racconto che poco fa ho ritrovato. Niente di eccezionale ma abbastanza simpatico, sempre che simpatico, per un racconto, possa considerarsi un complimento.




Bene, il foglio ce l’ho, la penna anche, posso cominciare. Il regolamento parla chiaro: non più di 50 battute per riga, non più di venti righe…Beh, visto che vogliamo giocare duro, facciamo che il tutto si debba svolgere in non più di mezz’ora, giuro che non imbroglio. Pronti, Via!
Ora focalizziamo l’argomento, che sarà, vediamo un po’, sarà….. Ecco, ho trovato: la vicenda si svolge in treno, sempre di gran fascino il treno, poi ci vuole una donna, immancabile in ogni storia che si rispetti Sta leggendo, nello scompartimento è sola, leggermente distesa sul sedile accanto al finestrino, un cappello color panna, a larga tesa, giace al suo fianco, il collant all’altezza della caviglia sinistra è leggermente smagliato e lascia intravedere una piccolissima… Accidenti, mi perdo sempre in inutili dettagli… certo se almeno avessi avuto una trama da seguire, una traccia, anche minima, prima di attivare il cronometro; ma oramai è troppo tardi ed è inutile recriminare, non posso più tirarmi indietro, l’ho giurato! Vediamo, sono già trascorsi 10 minuti. Accidenti! Il tempo, come sempre sa essere impietoso, in ogni circostanza, ma non è il caso di perdersi d’animo nella carrozza, dove è seduta, ignara, la nostra protagonista, sale un uomo, anche lui indossa un cappello; si guarda attorno nervosamente e sale furtivamente ma alquanto lestamente (pessimo passaggio, lo modificherò in seguito) Cinque minuti ancora, la faccenda si complica, comincio a preoccuparmi, e poi, le battute sono poche, le ho contate Si incammina nel corridoio, ogni tanto si volta; la valigia che ha in mano è piuttosto ingombrante e pesante e gli impedisce di muoversi come vorrebbe. Mentre passa getta lo sguardo all’interno di ogni compartimento, come se cercasse qualcuno, sembra preoccupato... Certo che questi organizzatori di concorsi letterari sono davvero incredibili; sembra che per loro la difficoltà dello scrivere non conti nulla, lo sforzo creativo che il più delle volte stenta a sfociare in qualcosa di originale, l’utilizzo corretto del linguaggio, la ricerca delle parole, la punteggiatura, no, questo per loro non è sufficiente e allora ti piazzano lì dei bei vincoli, paletti li chiamano: righe, battute, parole, caratteri... questi non sono semplici paletti, che diamine! Diciamo piuttosto che sono travi messe di traverso per renderti la vita difficile!
No, non è possibile, sto qui ad elucubrare e intanto le lancette dell’orologio corrono e mi restano poco più di due minuti … Non importa, ce la farò ugualmente! Allora, dove ero rimasto? Ah! sì, ecco Improvvisamente si ferma davanti alla cabina dove siede la donna che non si è accorta di nulla e continua a leggere il suo romanzo. Ogni tanto gli occhi tentano di chiudersi, costringendola a ritornare sulle frasi appena scorse, ma un lieve colpo di tosse del nostro individuo la fa uscire dal suo torpore costringendola a volgere la testa verso di lui che con un abbozzo di sorriso sulle labbra le dice: “Sono duemila, signora, gliela lascio qui nel corridoio, è così pesante!” Tempo scaduto.

stefano








martedì 16 settembre 2008

Promemoria per chi(uomini e donne)non fugge mai

mentre ero assente sono arrivate nuove "fughe"... qualcuno se n'è forse accorto?
siamo già a nove, chi sarà il decimo?
questi, finora gli amici narratori: annalisa, didò, gea, lanoisette, southwest, mario, morena fanti, alivento, e naturalmente il sottoscritto...

ciao
stefano




letteriadi 2008/promemoria


Sul blog di Laura e Lory continuano le letteriadi 2008
qi sotto l'incipit:
"Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola..."
Ci sono già state le prime eliminazioni ma la "gara" continua fino al 15 ottobre
p.s.i racconti (max 5000 battute) vanno spediti a falconeloredana@libero.it entro il 15 ottobre
ciao
ste


giovedì 11 settembre 2008

i racconti del castello



sul blog VDBD, nel mese di agosto c'è stato un gioco letterario a cui ho partecipato, dal titolo "al castello di Dunnottar"...se vi interessa c'è la possibilità di leggere tutti i racconti sul sito di morena fanti oppure di scaricare il pdf o acquistare il libro.
il mio è qua sotto:



Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar.

L’escursione si era rivelata davvero difficoltosa. Pensare che Cinthia e io, di camminate ne avevamo fatte, in questi anni. Forse l’umidità, la nebbia, che per fortuna ora si stava diradando e le rocce così frastagliate avevano contribuito a renderla maggiormente ardua.
Giunti in cima però la fatica lasciava posto allo stupore per la bellezza che ci circondava.
In lontananza, oltre il vecchio castello che ora si ergeva davanti a noi con tutto il suo carico di storia e di mistero, la suggestiva visione di un mare d’ardesia si fondeva con il grigio del cielo.
“ E’ stata durissima, ma ne è valsa la pena, non trovi cara?”
“ Beh! se non fosse per questa umidità che toglie il respiro, direi proprio di sì … non riesco però a capire come sia venuta a Marta l’idea di portarci fin quassù, proprio lei che detesta camminare, e poi quanto ha insistito !?…

Il motivo di questa nostra gita l’avevo intuito da tempo e lo trovavo, sì bizzarro ma tipico di Marta.
Marta era “il mio principale”, un vero mastino e ultimamente si era presa una cotta adolescenziale per me. Naturalmente fingevo di non rendermene conto per evitare di essere scortese e di cacciarmi in una situazione alquanto sgradevole. Tutti ne erano a conoscenza in azienda, tutti tranne Cinthia, fortunatamente. Non è il tipo, Cinthia da accettare certe cose.
In un primo momento, anch’io mi ero stupito per quella strana proposta di vacanza, in quel posto sperduto nel nord della Scozia. Ma dopo essermi documentato, cosa che facevo sempre prima di partire per un viaggio, tutto fu chiaro. Avevo scoperto che una delle leggende popolari attorno al castello di Dunnottar era incentrata sul suo potere magico. Niente vampiri o lupi mannari, no niente di tutto questo. Davanti al castello vi era uno spiazzo naturale una sorta di terrazza a strapiombo sul mare. In fondo allo spiazzo vi era un’appendice rocciosa, come una piccola piattaforma. Chi, in una notte di luna piena, vi fosse salito poteva esaudire un proprio desiderio.
Per questo semplice e assurdo motivo Marta aveva scelto quella meta, nonostante odiasse la montagna e la fatica fisica.
Pensava di riuscire a conquistare il mio cuore servendosi della magia, dato che non vi era riuscita con le normali astuzie della seduzione, le quali spesso consistevano in esplicite minacce di licenziamento. Ma con me si era comportata in maniera diversa. Forse era davvero innamorata.


Aspettammo Marta e raggiungemmo gli altri due membri della spedizione che ci aspettavano 50 metri più in alto.
Questi erano Ugo e la guida locale che egli aveva contattato, giorni prima, affinché ci conducesse al castello. I due parlottavano fra loro come vecchi amici.

Ugo era per così dire il compagno di Marta. Lavorava anche lui in ditta da alcuni anni ma nessuno sapeva con precisione quali fossero le sue mansioni. Provavo per lui un misto di rabbia e tenerezza. Più che l’amante del capo, a me pareva un fedele cagnolino, così servile e sottomesso. Sopportava ogni genere di angheria, di umiliazione, e tutto per stare accanto ad una donna che, era evidente, provava per lui soltanto attrazione fisica.


Giungemmo finalmente davanti al portone d’ingresso del maniero. Era quasi buio. Tutto lasciava presagire una notte luminosa. In lontananza una splendida luna fece la sua apparizione nel cielo color bitume. Tonda come ogni luna piena che si rispetti.
“Appena in tempo” disse Marta con quel poco di energia che le era rimasta.
“Ora possiamo accamparci nel rifugio. Ugo che aspetti, vuoi aprire quella porta?” Sbuffò acida.
Ugo sorrise e strisciò all’interno della baita dove avremmo trascorso la notte. In quell’istante, più che un verme a me parve un serpente.
Passarono circa due ore. Dopo che ci fummo ristorati e riposati, Marta mi si avvicinò e sussurrò: “ Vieni caro, ti voglio mostrare una cosa”.
Lasciammo il resto della compagnia attorno al fuoco a ascoltare le simpatiche storielle che Ugo, abile narratore, stava raccontando. Io che odiavo le barzellette fui ben lieto di uscire fuori dalla capanna.
Marta mi invitò nuovamente a seguirla.
Naturalmente immaginavo quale fosse la meta.
Infatti di lì a poco ci trovammo a ridosso dello strapiombo e Il mio capo salì sulla fatidica sporgenza. Finsi un credibile “ ma che fai cara, sei impazzita, rischi di cadere…” Sotto a 300 metri circa, nel silenzio della notte si udivano le onde infrangersi dolorosamente contro la base del monte.
Lei improvvisamente alzò le braccia verso il cielo. Guardò me e poi la luna e infine gridò:
“Ora tu sarai mio, per sempre”
Fu un lampo. Un attimo prima, la sua bianca figura si stagliava nell’oscurità come la polena di una nave e un istante dopo, il tempo di un battito di ciglia, Marta sparì nel nulla, come inghiottita. Solo un grido. Un suono lancinante che rapidamente sfiorì nelle tenebre fino a scomparire del tutto. Ero come paralizzato quando il resto della combriccola sopraggiunse al mio fianco. Avevano sentito quell’urlo terribile e si erano istintivamente precipitati fuori. Cinthia e la guida si sporsero dalla terrazza quel tanto per capire cosa fosse successo. La roccia sporgente aveva ceduto. Dopo settecento anni.
Ugo mi teneva un braccio sulla spalla. Con uno strano e diabolico sorriso sulle labbra disse, guardando nel buio:
“Anch’io avevo un desiderio da esprimere Marta, il mio è stato esaudito. E il tuo?”


stefano mina






mercoledì 10 settembre 2008

sono tornato!

...anche se ad essere sinceri, non ero mica partito!
comunque eccomi di nuovo nella mia stanza dopo 15 giorni di esilio forzato...beh! un po' di casino, c'è... perciò per prima cosa faccio un po' d'ordine e sistemo subito i racconti di mario, lanoisette, southwest e morena nel posto che compete loro...fra i "fuggitivi" proprio qui sotto. Andate a leggerli se volete e magari commentateli. Naturalmente le " vostre" fughe sono sempre ben accette!
ciao a tutti!




lunedì 25 agosto 2008

elogio alla fuga...le storie/9


storie, racconti, aneddoti...ecc.ecc.



Al ritorno di brevi ma bellissime vacanze toscane presso volterra, ci trovammo, la mia famiglia ed io, all'ora del pasto, in una zona boschiva dell'appennino tosco-romagnolo.
Gli stomaci brontolavano, perciò senza indugi al primo cartello che indicava un posto di ristorazione svoltammo nella direzione indicata: un vecchio castello (completamente rimosso dalla memoria) con annesso ristorante.
Accecati dalla fame entrammo in una sala esterna situata sotto una grande tettoia e scelto il tavolo ci sedemmo senza fiatare.
Di lì a poco arrivò un cameriere con il menù e un cesto di pane che fu immediatamente aggredito ( il cestino) dai miei figli... d'accordo anche da me e da mia moglie.
Masticando un boccone cominciai a sfogliare lentamente il menù:
" Che cosa c'è stefano, perché fai quella faccia?"
La voce di Cinzia giungeva lontana e un pezzo di pane mi si era incagliato in un certo punto dell'esofago...
I prezzi erano spaventosamente alti!
Cominciai a cambiare colore, dal bianco cadavere al rosso tedescoiprimigiornidivilleggiaturaarimininelmesediluglio
e con calma - si fa per dire cominciai a ragionare sul da farsi. I minuti passavano inesorabili. Del cameriere ancora nessuna traccia.
Dopo un breve conciliabolo prendemmo l'unica decisione possibile.
Con non chalance ci alzammo e elegantemente ce la squagliammo.
L'uscita della sala era proprio vicino al corridoio interno al ristorante. In lontananza vidi arrivare il cameriere che si avvicinava sempre di più:
...e uno, fuori Luca, e due, Fabio e tre, Cinzia... quando fu il mio turno mi trovai proprio davanti all'uomo con la camicia bianca. Il suo sguardo - sorpreso - incrociò il mio - accigliato -. Con le sopracciglia inarcate sgranai gli occhi e con il dito indicai l'orologio e dissi con la faccia come il cosiddetto culo : " è mezz'ora che aspettiamo"... e quattro! Fanculo.
Sentì, finalmente, il boccone scivolare giù.
Sembrava fossimo scappati da Alcatraz, tanta era la sensazione di libertà!

stefano mina



seduti in un caffè in galleria a Milano, in cinque, dalla campagna alla città. Avevo provato a dissuadere, esperta della tentacolare metropoli, ma nessuno mi aveva dato ascolto. Il cameriere porta la lista e ci lascia il tempo di ordinare. Apriamo, allungo la lista al marito e sottolineo col dito: caffè, seimila lire.
Ci siamo alzati all'unisono, che sembravamo quelli del nuoto sincronizzato, e ci siamo dati alla fuga.

annalisa


Era il ’92, Mario era una lieve sardina che sguazzava nel carrozzino; Chiara, la peinteur che svolazza per l’ Indrè de France, era un rotondo palloncino di nove anni.
Quella mattina d’agosto si decise: gita in montagna. Napoli non ha montagne, si va’ al Taburno; il Matese è troppo lontano, faticoso per i bambini, il Taburno, la più brutta montagna del globo terraqueo, con poca vegetazione e senza corsi d’acqua, una specie d’Afghanistan campano... (continua)
-"Francè, gli zii mi hanno detto che questo monte è fantastico, ma portatevi una tanica d'acqua..."
Mia moglie, una ruvida tigre, a mezzo tra la regina Vittoria e Sabrina Ferilli (burbera come sua maestà, ma con le tette come la Ferilli: l'avrò sposata per amore?).
La Panda Fiat 750 aveva 4 marce, ma non servirono, ogni tanto se inforcavi la 3° era meglio non lasciare la frizione, lo facevi con affetto, era la 2°, la marcia nuziale di quella mulattiera! Fu bello stare li, perchè guardavi le altre montagne, il bellissimo Matese e l'inizio degli appennini, lui, il Taburno mesozoico, era meglio non rasentarlo con lo sguardo, un velo di tristezza da ritirata di Russia lo copriva ed un freddo terrifico lo spazzava (a valle avevamo lasciato 39, allegri, gradi). All'una del pomeriggio la tigre branì (Cerva?):"I bambini hanno fame:trova un ristorante!"
Alle 2, mentre Chiara, travolta dalla fame, cantava a squarciagola "...due elefanti, si arrampicavano sul filo di una ragnatela...", io mi arrampicavo tra tornanti e andanti (nel senso che spesso tornavo indietro dopo essermi perso)senza trovare neanche un rustico con una caciotta.
La madre di tutte le madri, la leonessa che vede i bambini deperire, mentre quel pirla del leone si crogiola al sole, mi colpì più volte sul sopracciglio con un'ombrello ("dove cazzo hai trovato un ombrello ad agosto?" - "era per proteggere i bambini dal sole, ora mi serve per proteggerli dalla tua inettitudine!").
Eccolo! Bar-Ristorante da Alfredo: entriamo? C'era da dirlo? Entrammo!
La sala con una decina di tavoli, dipinta di bianco-cielogrigio-quando-vorrebbe-piovere. I tavoli di fòrmica marron, alle pareti una vecchia foto di Papa Giovanni e quella di un cinghiale, pensai: dev'essere un posticino coi fiocchi, rustico e casereccio (lo ammetto, fui fottuto dalla foto col cinghiale, non mi resi conto che i cinghiali raramente si fanno fotografare seduti: dopo ripensandoci, intuìi che era un dagherrò del capostipite).
Un quarto d'ora dopo, quando Chiara aveva spelacchiato un cesto di margherite, spargendole sul pavimento, arrivò Attila.
Si abbottonava la giacca bianca velocemente, sbagliando le asole e inciampando su di una vecchia scopa si abbattè quasi sul tavolo e melifluamente chiese:"Preco?" (con la C)
"Che c'è da mangiare?"
Posizionò tre dita al centro del cranio e grattando della forfora che si staccava miracolosamente dai capelli stuccati di una odorosa Brillantina Linetti rispose: "Qualsiasi cosa!"
Come "qualsiasi cosa", diceva Tonia, mentre lui andò via per imbandire, questi non hanno neanche un menù?
"Dai, ci faranno cose genuine, preparate al momento!"
Attila tornò. Imbandì con un pezzo di sottocarta bianca da parati la tavola, poi la catarsi. Dopo essersi grattugiato la punta del naso prese un mazzo di posate da un cassetto, reggendole dalla parte dell'imboccatura e le posò a tavola. Tonia impugnò l'ombrello (spuntava da tutte le parti), io tremavo, con classe. Poi, il cameriere fece l'ultima, ficcò le mani in tre bicchieroni di vetrone infrangibile (le unghie nere di lutto toccavano il fondo opaco di calcare)e li posizionò a tavola.
L'urlo di Tonia squarciò la pace funerea del monte: "E basta! Via, via!"
"Chi io?" latrò il cane impomatato travestito da servo.
"No, noi!"
E trascinandoci come masserizie di un accampamento Rom, invaso dai naziskin, Tonia ci indusse ad uscire fuori, mentre il domestico quasi scappava in cucina.
Fu tutto un fuggi-fuggi.
Arrivai a valle con uno strano fumo che usciva dal cofano (freni) e con l'ombrello puntato nel fegato.
Poi trovammo un fast-food che stava quasi chiudendo e fummo felici (non ricordo se la notte facemmo l'amore, c'era un ombrello nel letto).

francesco di domenico


anno 1976.
il contesto è confuso: politica sesso droga e rock & roll.
notti passate a girare con gente improbabile per bettole e case-comune-accampamento.
sperimentazioni chimiche le più varie. praticamente tutto quello che si trovava veniva provato. così, perchè tanto chissenefrega. e qualunque cosa è meglio della realtà.
una sera di tarda estate, alla ricerca di fumo con un paio di amici, finiamo in un quartiere periferico abbastanza malfamato, in un appartamento condiviso da uno che conoscevamo ed altri. tutti pusher, praticamente una cooperativa.
solito rituale, acquisto e assaggio offerto dal dealer che si offende da morire se non accetti (anche gli spacciatori hanno un'anima).
poi uno dei conviventi tira fuori una bustina, un cucchiaino, un limone e una siringa. io. che ero già piuttosto fatta, rimango stranita a guardare il rituale. lui prepara, si sfila la cinta dai pantaloni, se la stringe coi denti intorno al braccio e si spara mezza pera. sfila l'ago e fa: volete?
silenzio.
io raccatto le forze, mi alzo e dico: scusate ho un impegno.
giro sui tacchi e via.
sola, nel mezzo del nulla, appiedata.
sono arrivata a casa tre ore dopo.

sono molto felice di essere scappata.
scappata a quella che conoscendomi sarebbe stata la mia fine.
perchè l'eroina l'avevo sniffata, un paio di volte.
e mi era piaciuta da morire.

gea


La mia fuga, poco più di un anno fa.
È arrivato con le valigie a casa mia sei settimane dopo il nostro primo appuntamento, battendo sul filo di lana il traguardo dei miei primi trent'anni. E sono cominciate le montagne russe: sei mesi di felicità folle e di abissi terribili, in cui scoprivo sempre più quanto fossimo diversi, quanto quell'uomo che mi faceva sentire amata, unica e indispensabile mi stesse stringendo intorno lacci sempre più stretti e soffocanti. Niente più amiche, niente più cinema, niente più montagna o vela: solo lui ed io, una monade di passione e possessività insensata. Adorata come una dea ma costretta a rinchiudermi nella gabbia dorata della perfetta femmena 'e casa. La sensazione che mi mancasse l'aria. Il tarlo, sempre più profondo, che la rinuncia a me stessa non servisse a far funzionare gli ingranaggi di quel meccanismo meraviglioso e infernale in cui lui chiedeva sempre di più e io mi sentivo svuotare. Tutte le mie energie per lui, energie che non bastavano mai.
Finché un giorno, dopo l'ennesima, furibonda litigata, ho detto la più banale delle frasi: “Torno dai miei”. Quando ho chiuso la porta alle mie spalle, non sapevo se sentissi più intensamente la perdita o la liberazione.
Poche settimane dopo avevo in una mano il timone e nell'altra la scotta di randa e solo mare e vento intorno a me.

lanoisette




Mio padre me lo ripeteva ogni volta:
“Qualsiasi cosa accada, non si scappa. La si affronta”
E io, tutte le volte, assentivo. Con grande serietà.
Era un uomo con delle convinzioni, e cercava di instillarle anche a me.
Però era anche piuttosto severo.
E se avesse saputo di quella nota sul diario, datami in circostanze piuttosto controverse dalla professoressa di italiano, avrei sicuramente passato un brutto quarto d’ora.
Dovete considerare che:
primo avevo 13 anni, quindi ero ancora passibile di punizioni corporali;
secondo era il 1975, epoca nella quale il Telefono Azzurro era ancora molto lontano dalla sua nascita.
Così presi la decisione di non dirgli niente, e di tentare di contraffare la firma di mio padre sotto alla maledetta nota.
Ad operazione conclusa, le due firme si assomigliavano come un gatto può assomigliare ad una portaerei.
Non avrei mai ingannato nessuno, e allora si che sarebbero stati dolori.
Fu mentre paventavo punizioni a base di frustate, ferri roventi e vergini di Norimberga, che come un cospiratore si palesò alle mie spalle uno dei miei migliori amici di allora.
“forse un modo di sfangarla c’è…” disse scuotendo una sigaretta immaginaria
“magari” risposi io con voce d’oltretomba. Poi, speranzoso “e sarebbe?”
“È semplice: tu devi semplicemente mangiare l’appuntatura di una matita: questo ti provocherà un tale mal di pancia che dovranno mandarti a casa… “
“Ma sei sicuro?”
“l’ho letto… “
Ero un ragazzino ingenuo, e poi che avevo da perdere? Appuntai un lapis per abbondanti 5 centimetri e buttai giù tutto il legno e tutta la grafite ottenuta. Poi mi misi in speranzosa attesa.
Non dovetti attendere molto: sarà stato il nervoso, sarà stato l’effetto placebo, ma di lì a poco nelle mie viscere si scatenò l’inferno. Era come se qualcuno mi strizzasse lo stomaco e cercasse di legarlo alla parte più nascosta dell’intestino con del filo spinato. Rovente.
Arrivò l’ora di Italiano. La professoressa fece l’appello e attaccò a spiegare. Nel mio intestino intanto si era scatenata una battaglia a colpi di piccone. A quel punto non ce la feci più: alzai la mano e mormorai “professoressa, non mi sento be…”
Il “ne” finale si sparse sul pavimento, insieme alla colazione, ad abbondanti succhi gastrici e a buona parte della cena della sera prima, che evidentemente il nervoso non mi aveva permesso di digerire, fra le urla di raccapriccio della maggioranza della classe, e il ghigno mefistofelico del mio amico.
Fu un tredicenne bianco come un nevaio quello che i miei genitori si videro riconsegnare da una bidella piuttosto schifata qualche decina di minuti dopo.
Ma della nota sul diario, da quel giorno, nessuno parlò più.

southwest



- Ma tu vesti sempre così classico?

G. aveva passato il palmo della mano sui miei pantaloni, all'altezza della coscia ed io non riuscii a trattenere un fremito, abortito tentativo di scostarmi. Per eccesso di cortesia (o di laico rispetto umano) rimasi al mio posto, abbozzando pure un mezzo sorriso, mentre rispondevo

- No, di solito preferisco i jeans, ma in questi giorni lavoro presso un cliente...

E giù a raccontare dettagli del mio lavoro che non fregavano a nessuno. L'importante era non far rimanere male G. E dissuaderlo da nuovi tentativi di contatto.
L'avevo conosciuto quando viaggiavo sulla linea ferroviaria Genova-Milano e prendevo l'intercity della 10,08.
A quell'ora non c'era molta gente che saliva sul treno, non era certo un problema trovare posto. Tuttavia usavo posizionarmi sul binario all'altezza delle carrozze di coda, per sfruttare la distribuzione gaussiana dei passeggeri e trovare spesso l'intero scompartimento libero, un'oasi di solitudine e silenzio prima del caotico CED che mi attendeva a Milano.
Due o tre giorni la settimana G. prendeva quel treno, aspettandolo nello stesso segmento di banchina su cui attendevo io.
Era un uomo sulla cinquantina, magro, non molto alto, il viso scavato, gli occhi che parevano febbricitanti. A parte un marsupio, non portava niente con sé. Per qualche tempo non ci furono contatti, al di dà di una rapida occhiata, un "riconoscersi". Arrivava il treno e ognuno di noi andava ad occupare uno scompartimento diverso.
Un giorno di particolare affollamento si sedette di fronte a me. Io leggevo, lui pareva contemplare una di quelle brutte stampe affisse sotto il ripiano dei bagagli. Al momento di scendere mi parve educato rivolgergli un saluto, a cui rispose a bassa voce.
Due giorni dopo lo ritrovai e, questa volta, scelse deliberatamente di sedersi nel mio scompartimento.
In genere sui treni leggo, ma se percepisco che qualche compagno di viaggio preferirebbe far due chiacchiere mi presto volentieri. Mi piace ascoltare gli altri, spesso mi fa sentire bene lo scambio di battute con viaggiatori sconosciuti.
Mi parve che G. avrebbe gradito un po' di conversazione ma che fosse troppo timido per iniziare. Così buttai lì qualche osservazione a carattere generale (non ricordo a proposito di cosa). Lui rispondeva a bassa voce e frasi brevi, con una voce vagamente nasale.
Ci presentammo, io raccontai brevemente del mio lavoro (lui non mi disse niente del suo), scoprii che G. passava spesso in bicicletta dal mio paese (a dire il vero, non ricordavo di averlo mai visto, e mai lo vidi dopo), che viveva da solo in un appartamento.
Alla ricerca di argomenti di conversazione più interessanti del tempo e del traffico, gli parlai di libri, di musica, persino, con cautela, di politica, ma pareva non gli interessasse nulla.
Alla stazione successiva entrò una persona e il nostro dialogo rapidamente terminò. Io ripresi a leggere, lui a concentrarsi sulla
stampa.
Contrariamente alle aspettative, lo trovai lungo il binario anche il giorno dopo. Mi salutò con una certa vivacità e, neanche a dirlo, si sedette di fianco a me, a mia volta posizionato accanto al finestrino.
Eravamo partiti da pochi minuti quando si allungò per tirare le tende. Ad un mio sguardo interrogativo rispose che la troppa luce gli dava fastidio. La cosa mi irritò, avevo tirato fuori un blocco note con appunti per un lavoro ed ero intenzionato a preparare alcuni schemi. E poi, la conversazione di G. non era granché. Comunque, feci finta di niente ed iniziai a scarabocchiare qualche grafico.
Poco prima di raggiungere la stazione successiva si alzò e tirò pure le tende della porta d'ingresso. Senza esserne richiesto, mi disse che così avremmo dissuaso i passeggeri che sarebbero saliti di lì a
poco ad entrare. Prima che potessi ribattere, si risedette ed iniziò a raccontarmi del suo giro in bicicletta del giorno prima, di come fosse ancora una volta passato per il mio paese.
Fu proprio mentre rispondevo con frasi di circostanza, seccato per
questo oscuramento imposto, che mi sfiorò la gamba, chiedendomi delle
mie preferenze in fatto di abbigliamento.

- Ma tu vesti sempre così classico?

- No, di solito preferisco i jeans, ma in questi giorni lavoro presso un cliente e mi è stato insistentemente suggerito di vestirmi come si deve.

- Ah, capisco. Sai, a me piace stare comodo. Per esempio, non ci crederai, ma mi trovo bene con mutande tipo perizoma. Le conosci?

- Credevo fossero tipicamente femminili
(ma di che va cianciando, questo?)

- No, no, ci sono anche da uomo. Sono comodissime, sai?

- Certo, certo...
(me lo immagino...)

Un po' imbarazzato, finsi di cercare qualcosa fra i miei appunti, nonostante la penombra. Lui non si diede per vinto.

- E a casa mi piace stare completamente nudo, avvolto in un accappatoio...

- Eh...
(che cazzo sta dicendo?)

- Ma... hai un orologio fantastico!

E mi prese più o meno delicatamente il polso desto (benché non sia mancino, ho sempre portato l'orologio a destra).
A questo punto avevo capito le intenzioni di G., ma la dannata cortesia mi tratteneva dal fare gesti bruschi per divincolarmi.

- Sì, me l'ha regalato la mia FIDANZATA

e intanto gli scostai la mano. Seguirono un paio di minuti imbarazzati. Nel frattempo il treno fece una fermata. Mi decisi in un attimo:

- Io scendo qui, oggi devo incontrare un consulente per quel
lavoro... be', insomma, buona giornata e alla prossima! Ciao!
Non ricordo se mi rispose. Scesi veramente dal treno e aspettai il
successivo, un'ora e mezza dopo, arrivando in ritardo.
Dopo quel giorno inizai ad aspettare il treno nella zona dei vagoni di testa. Le poche volte che incrociai ancora G. feci finta di non vederlo. Poche settimane dopo cambiai orari e non mi capitò mai più di incontrarlo. Di certo, non in bicicletta al mio paese.

mario



Fuga alla ricotta

Calabria, 1978

Eravamo in vacanza a Tropea quando ancora non si sapeva delle omonime cipolle. Le mangiammo là e le trovammo dolcissime, sorprendendoci. Qualche anno dopo le avremmo conosciute come "cipolle di Tropea". Ma questo non c'entra nulla con la mia storia.
Allora, eravamo in Calabria ed eravamo in sei: tre coppie di amici.
Mare, sole e relax.
Un giorno, causa il troppo sole preso e la pelle arrossata, decidemmo di prenderci una pausa dal mare e di esplorare l'interno. Partimmo in auto e facemmo un bel giro. Ad un certo punto (la fame iniziava a mordere lo stomaco) decidemmo di fermarci a comprare qualcosa per un picnic improvvisato.
C'era un negozietto sul lato della strada e ci sembrò ben fornito. Entrammo e lo trovammo, infatti, zeppo di cose buone. Comprammo di tutto: salame piccante, pane in quantità industriale, provola e altri formaggi, piccanti e non, stuzzichini, e infine la signora ci portò fuori e ci mostrò delle ricottine appena arrivate, freschissime, dentro deliziosi canestrini di giunco foderati da foglie verdi. Inutile dire che aggiungemmo anche le ricottine alla nostra gigantesca spesa. Gli uomini si accollarono il peso delle buste (che noi a Bologna chiamiamo 'sportine') e noi ragazze (beh, all'epoca lo ero davvero, una ragazza. ero giovanissima. comunque io penso ancora a me come ad una ragazza. a volte anche come ad una bambina ma sto uscendo dal seminato) ci occupammo di pagare il conto.
Dunque, disse la signora tirando le somme, sono quindicimila lire ( o giù di lì, non ha importanza. era il 1978). Ok, dissi io con il portafoglio in mano e allungando i soldi.
No, no, pagate pure a mio fratello dentro. Ok, andiamo dentro e cerchiamo il fratello, sempre con i soldi in mano. No, no, è mia sorella che si occupa dei conti, pagate pure a lei. Ok, ma cominciavamo a romperci i portafogli di girare avanti e indietro. Torniamo fuori: dice suo fratello di pagare a lei. No, dateli a lui. Ok, entriamo di nuovo, poi ci guardiamo in faccia: questi i soldi, mica li vogliono. Forse è meglio che andiamo via.
Uscimmo uno dopo l'altro con la certezza di non aver rubato. Noi volevamo pagare e ci abbiamo provato davvero, ma non c'è stato nulla da fare. Quelli i soldi non li volevano. Non vi dico la bontà di quelle ricottine e di quei panini pieni di ogni bendidio.

morena fanti


La fuga

Fuggiva senza inseguitori. Fuggiva ed in quel correre vorticoso fendeva l’aria fredda a finire della notte, i vapori della terra, le fronde degli arbusti, i respiri della nebbia. Il sudore scendeva in rivoli gelidi lungo le tempie le guance, la bocca, il collo proteso, la schiena in avanti. Le mani a pugno scalciavano colpi nel vento. Un ritmo di corsa, un soffio d’affanno. La fronte contratta in quella ruga traversa a spezzare la pelle ancora soda compatta. Sulla schiena uno zaino malandato, liso al cordolo di contorno e quasi vuoto. Dentro una borraccia, mezzo toast rosicchiato, un pacchetto di fazzolettini. Non aveva soldi con sé, né libretto d’assegni, né carta di credito. Non una chiave.
I piedi battevano un tempo veloce, le scarpe di marca consunte donavano ancora al polpaccio una spinta d’elastico molle. Pensava al momento dell’acquisto, era grato alla commessa del “Pentatlon”, brutta come uno scorfano, ma così gentile, che l’aveva brillantemente consigliato. Non aveva badato a spese allora, ma ora di questo acquisto era pienamente soddisfatto. Gli tornavano utili scarpe così. Robuste, leggere per correre in fretta, per chi non poteva fermarsi, per raggiungere il cielo in quel punto lontano.
Aveva bisogno di correre. Era un fatto vitale. Seminare ogni angoscia. I pensieri alle spalle non gli davano tregua. La moglie depressa, il capo villano. Uno stronzo perfetto da augurargli ogni male. Lo isolava dal gruppo dirigenziale, lo rapinava di idee, succhiava il suo impegno senza riconoscergli merito e soprattutto l’aumento. Aveva bisogno di quei soldi. Progetti grandiosi. Una barca: almeno otto metri, un appartamento più grande, cambiare l’arredo e un’ amante da sogno.
Gli piaceva sognare, scaricare nel sogno ogni tensione, la corsa batteva il tempo dell’immaginazione. Non c’erano inseguitori, solo la vita, nel suo solito scorrere, mordeva il suo cuore.
Alle sette, tra appena mezz’ora, avrebbe dovuto essere pronto: giacca, cravatta e davanti un’altra dura giornata da direttore.

alivento




















domenica 24 agosto 2008

elogio della fuga


"Didò, dove sei finito... mi hai piantato con le pizze in mano e te ne sei andato... guarda che la mozzarella si rapprende, poi fa schifo....?"

Questo commento che ho lasciato a didò più in basso mi ha fatto venire in mente una cosa che mi è successa alcuni anni fa:

Al ritorno di brevi ma bellissime vacanze toscane presso volterra, ci trovammo, la mia famiglia ed io, all'ora del pasto, in una zona boschiva dell'appennino tosco-romagnolo.
Gli stomaci brontolavano, perciò senza indugi al primo cartello che indicava un posto di ristorazione svoltammo nella direzione indicata: un vecchio castello (completamente rimosso dalla memoria) con annesso ristorante.
Accecati dalla fame entrammo in una sala esterna situata sotto una grande tettoia e scelto il tavolo ci sedemmo senza fiatare.
Di lì a poco arrivò un cameriere con il menù e un cesto di pane che fu immediatamente aggredito ( il cestino) dai miei figli... d'accordo anche da me e da mia moglie.
Masticando un boccone cominciai a sfogliare lentamente il menù:
" Che cosa c'è stefano, perché fai quella faccia?"
La voce di Cinzia giungeva lontana e un pezzo di pane mi si era incagliato in un certo punto dell'esofago...
I prezzi erano spaventosamente alti!
Cominciai a cambiare colore, dal bianco cadavere al rosso tedescoiprimigiornidivilleggiaturaarimininelmesediluglio
e con calma - si fa per dire cominciai a ragionare sul da farsi. I minuti passavano inesorabili. Del cameriere ancora nessuna traccia.
Dopo un breve conciliabolo prendemmo l'unica decisione possibile.
Con non chalance ci alzammo e elegantemente ce la squagliammo.
L'uscita della sala era proprio vicino al corridoio interno al ristorante. In lontananza vidi arrivare il cameriere che si avvicinava sempre di più:
...e uno, fuori Luca, e due, Fabio e tre, Cinzia... quando fu il mio turno mi trovai proprio davanti all'uomo con la camicia bianca. Il suo sguardo - sorpreso - incrociò il mio - accigliato -. Con le sopracciglia inarcate sgranai gli occhi e con il dito indicai l'orologio e dissi con la faccia come il cosiddetto culo : " è mezz'ora che aspettiamo"... e quattro! Fanculo.
Sentì, finalmente, il boccone scivolare giù.
Sembrava fossimo scappati da Alcatraz, tanta era la sensazione di libertà!

E voi cari amici avete qualche episodio analogo da confessare... siete mai scappati da qualcosa, da qualcuno e cosa avete provato, vergogna, imbarazzo o piacere?
spedite le vostre storie... dopo, magari le raggruppiamo tutte assieme come tanti racconti.
stefano

venerdì 22 agosto 2008

scegli la tua canzone: oggi si vota

Entro domani bisogna scegliere su letteratitudine 5 singoli e 5 album...fate presto, siete ancora in tempo!

Questi sono i miei:

singoli

Heroes David Bowie “… è triste un mondo che ha bisogno di eroi..”
Wild horses Rolling Stones “ …perché oggi va così…”
The power of love Frankie Goes To Hollywood “ che altro possiamo fare? “
Sex machine James brown “… magari un po’ di sesso?”
Starway to heaven Led zeppelin “ mi piaceva chiudere con uno sguardo al cielo…magari piove”

album

Rain dogs Tom Waits "uno a caso"
Koln concert Keith Jarrett "quando le parole non servono"
Atom heart mother Pink Floyd "ma che musica è?"
Colonna sonora di Requiem for a dying placet ( W. Herzog) Ernst Reijseger and Mola Sylla e Cuncordu e Tenore de Orosei "perché amo le contaminazioni ed è una delle più emozionanti cose che ultimamente ho ascoltato"
En Concert Paolo conte "tataratata tarata taratza..."

...naturalmente ne mancano a pacchi ma oggi mi venivano così!
E' stato un viaggio a ritroso nel tempo, credo che la nostalghia abbia avuto il sopravvento.

stefano

domenica 17 agosto 2008

sabato 9 agosto 2008

PIZZA COLLECTION




La morte della pizza


La pizza non morì subito, la sua agonia fu lenta e tormentata e cominciò quando una terrificante birra di Amburgo le fu deposta a fianco. Il carnefice non l’aveva ancora colpita: prima doveva lavarsi le mani, che Pilato! Lei, non più calda, cominciava ad afflosciarsi. Nel mentre, aveva avuto anche una breve conversazione con una mosca bilingue, che le riferì venire dall’Italia .
Era stato un sequestro incauto, da parte di un trasportatore di pesche dell’agro nocerino- sarnese. Con lei altre centinaia di sorelle, disperse nei land, qualcuna di quelle micidiali mosche campane era già nel Bundestag e molestava la Merkel sul collo (Kohl sul collo?).
“Oh- pensò la pizza- anche suo padre era Italiano”.
Davanti al bagno, una mostruosa fila di Turchi con la diarrea, aveva fatto desistere l’assassino che era tornato sui suoi passi .
“Non mi lavo le mani, il bagno è occupato”
Non l’avrebbe fatta fuori con le mani, l’avrebbe tagliata a spicchi sottili: oddio
che strazio ! Adesso pensò, sono quasi fredda e floscia, e se rinunciasse a me per un paio di würstel caldi? Intanto, un altro essere , un po’ diverso da quello che l’aveva ordinata si avvicinò e, dopo avergli soffiato in bocca si sedette. Era diverso, in testa non aveva corti fili neri, ma lunghi del colore della birra e il corpo non era incartato come un panino da mangiare al parco, ma avvolto in una tenda aperta sotto.
Il secondo soggetto ordinò dei würstel e mentre parlava e risoffiava in bocca al primo, io diventavo gelida e più viva che mai : ero immangiabile e felice.
Sarebbero state quelle odiate salsicce tedesche, che arrivavano calde e tronfie, adagiate su di un morbido letto di crauti, a morire. ”Hans , se non la mangi la prendo io “ e così dicendo quell’orrido individuo sopravvenuto al primo, mi avvoltolò tra le mani come una pizza e aggiunse:
“Non li capisco gli italiani che la mangiano bollente, a me la pizza piace fredda”.
Si udì un gorgoglio profondo, un rantolo di morte.
Un vecchio maresciallo della wermacht raggelò e usci di corsa, rincorso dal cameriere con il conto. Deglutendo, come se avesse inghiottito gli occhi, il boccheggiante disse:
”Scusami Hans, non mangio da ieri ,dev’essere lo stomaco”.
Morì dopo due giorni, durante l’autopsia dal suo stomaco fu estratta una pizza da cinque marchi, ancora calda. Il padrone del ristorante, un italiano, fu arrestato per aver cucinato una pietanza con mozzarella rancida. Non lo avrebbe mai ammesso.


Tratto da:
Da Friedrich Durrenmatt “ La morte della pieza” ?
Da Eduardo (atto unico 1944) “ pizza, zeppole e panzarotti ”?
Da Da Umpa (poeta Senegalese dell’epoca pre –Senghor ) “Grano e pizza per il nero” ?


Francesco Di Domenico


L'uomo della pizza



La pizza, intatta e ormai fredda, sembrava una faccia. Come l'uomo della luna. Una faccia stolida e rubiconda, da alcolizzato. Che c'è da guardare, idiota? Mai visto qualcuno piangere?

Il telefono aveva squillato intorno alle nove e mezza: ''Buongiorno, dica''.
''Sono io. Hanno ammazzato Lennon.''

Fu una lunga mattinata. Lavorare facendo finta che non fosse cambiato nulla.
Era cambiato tutto, in realtà. Era finito qualcosa: la parte bambina che crede nell'impossibile era caduta sanguinante su un marciapiede lontano, aveva agonizzato in un ospedale, era cadavere su un tavolo di acciaio. La parte ingenua, forse, che era convinta di poter curare il mondo, nonostante.

E parlava, e parlava. A fatica, perchè ogni parola era una fitta di dolore. Parlava di un'infanzia strana e difficile ma a suo modo bella, di un'adolescenza di ferite sanguinanti, di solitudine dentro, di paura. Del crescere troppo in fretta, delle responsabilità. Delle speranze e dei desideri che andavano sempre a cozzare con le priorità di esigenze altrui e venivano rimandati. Ci penserò domani.

Parlava guardando la pizza, e sentiva a ripetizione il rumore degli spari che avevano ammazzato i suoi sogni.

''Sono stato una merda di padre, vero?'' disse lui.

Lei alzò la testa.

Sì, pensò. Ni, pensò.

Plink, fece una lacrima cadendo sulla pizza. Sul naso dell'uomo della pizza.

No, disse.

gea



CONSOLIAMOCI CON LA PIZZA


Senza palo. Bastarono loro due per svaligiare la casa in quella torrida domenica d’agosto.
Entrarono indisturbati e perlustrarono.
Ma qui non c’è nulla, disse uno. E abbiamo portato due sacchi! Bastava una busta del supermercato, cazzo.
Desolati arraffarono alcuni soprammobili. Ci daranno dieci dollari per questa robetta, vaffanculo!
L’altro aprì il frigorifero. Però, esclamò. E tirò fuori una pizza abbondantemente condita.
Beh, disse, consoliamoci con la pizza. E la divorarono senza lasciare nemmeno una briciola.

Quando tornò rimase impassibile di fronte al soqquadro. Devo aver chiuso male la porta, pensò.
“Ciao, come va?”.
“Oh, quanto tempo! A che devo questa telefonata”.
“Mi hanno svaligiato casa”.
“Ma non mi dire! Danni seri?”
“Due stupidaggini. Mi secca di più che abbiano mangiato la pizza che avevo tenuto per stasera”.
“Pizza?”
“Sì, piena di interiora e frattaglie. Una specialità”.
“Vabbè, la rifarai”.
“Contaci. Anzi, mi metto subito al lavoro. Ti saluto, stammi bene”.
“Anche tu. Ciao Hannibal”

Enrico gregori


VOGLIA DI PIZZA

Notte agitata, nessun miglioramento, il respiro asmatico faceva abbassare ritmicamente il lenzuolo, ma intorno l’aria era gelida.
Distingueva a malapena una parete bianca, dei grandi cassetti, un tavolo di metallo.
Ma chi aveva detto che lui non ce l’avrebbe fatta?
Ah, sì, ricordava, era stato il primario. Era passato nel pomeriggio con lo stuolo dei tirocinanti, gli aveva tastato il polso e poi aveva dichiarato che non sarebbe arrivato al mattino successivo.

Ma io adesso sono indignato, ho le braccia intorpidite e mi formicolano le gambe, una gran sete, qualcuno mi porti da bere.
Ma perché le luci sono spente?
Ho anche fame.
Mi sollevo a sedere sul letto (ma prima non c’erano le sponde?), mi massaggio le gambe, cerco le pantofole…niente il pavimento è freddo.
A piedi nudi mi avvicino alla porta, la spalanco, qualcuno avanza nel corridoio illuminato.
- Ehi – grido - vorrei una pizza, una margherita col basilico!-
I due mi guardano, impallidiscono, il più alto cade con un tonfo sul pavimento. L’altro urla come un forsennato indicandomi.
- Strano – mi dico – in fin dei conti ho chiesto solo una pizza -.

cristina bove



SPEEDYPIZZA

Ma quando cazzo arriva questa pizza? L’avevano ordinata alle otto e avevano avuto assicurazioni della consegna con speedy-pizza non più tardi delle otto e quaranta. Le nove erano passate da un pezzo ma non si vedeva arrivare nessuno. Due margherite e una capricciosa, e la fame cominciava a farsi sentire.
Intanto continuavano a bere birra, tentando di calmare la sete in una serata in cui il termometro continuava a volere stare sopra i trenta gradi, senza alcun accenno di discesa. Le bottiglie stavano per finire, ma di pizza manco l’ombra.
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Il campanello suonò alle nove e tre quarti e la voce al citofono parlava un italiano stentato.Sicuramente un extracomunitario: scusa dottore ho avuto un incidente di motorino dottore, ma ho qui tua pizza dottore, a che piano dottore…
Su al quarto. C’è l’ascensore.
Le pizze erano fredde, gommose e immangiabili, fra l’altro la mozzarella si era incollata alle scatole di cartone.
E io dovrei pagarti per questo schifo consegnato con un’ora di ritardo?
No dottore, ma io avuto incidente dottore. Guarda dottore, io rotto pantaloni dottore e mia gamba tutta insanguinata dottore. Tu non paghi dottore, ma io licenziato domani dottore se no soldi di tua pizza.
Dai vieni che disinfettiamo la ferita. … E dimmi quanto ti devo, và, per questa volta…. Non voglio avere sulla coscienza il tuo licenziamento. Quanto alle pizze portatele pure via, buttale nel cassonetto, tanto mi è passato l’appetito.
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Dai Rocco, fila col motorino prima che quello si affacci al balcone, le pizze le portiamo a Via Chiabrera, che c’era un’altra ordinazione.
A Gennà, certo che così di soldi non è che se ne tirino via poi tanti co’ ‘sto giochino; e me sarei pure rotto i cojoni di mangiare tutte ‘ste pizze ogni sera. Nun è che se potemo inventà anche uno speedy-matriciana?


Carloesse (Sirotti-Speranza)









L’ultima pizza

Fu arrestato mentre rientrava a casa dopo aver gustato la sua ultima pizza.
Veniva dal locale di Bazilick Mozharel ultimo discendente di una stirpe di dervisci roteanti prestati all’arte pizzaiola.
Mentre si esibiva nel suo ipnotico roteare Bazilick ne approfittava per preparare decine di basi perfettamente tonde, dove avrebbe poi steso la salsa di pomodoro e successivamente i tipici ingredienti necessari per completare l’opera culinaria. Un duplice spettacolo.
Purtroppo nel 2057 mangiare pizza era proibito. Era ritenuto un atto reazionario, anti-nazionalista. Per questa il locale del nostro pizzaiolo roteante si trovava nel bosco degli specchi bugiardi, un luogo dove era impossibile entrare utilizzando le sole facoltà intellettive. Poteva raggiungere il luogo proibito solo chi possedeva l’ormai perduto senso dell’olfatto… bastava seguire ad occhi chiusi il profumo del basilico e dell’origano. Questo era l’unico modo per giungervi indenni, senza impazzire sbattendo continuamente la fronte negli specchi, i quali essendo falsi, non riflettevano l’immagine di chi vi si poneva di fronte, costringendolo a tremende capocciate
Il nostro uomo era uno dei pochi, ancora in possesso di queste rare facoltà olfattive, ma purtroppo dopo mesi di pedinamento lo fermarono all’uscita del bosco.
Fu accusato di anti-consumismo sfrenato e di essere un ribelle nostalgico dei più pericolosi, un vero nemico del sistema. “ come può un degno cittadino essere così egoista e parsimonioso – sentenziò il giudice – lei possiede una sola aeromobile oramai obsoleta, acquistata ben 6 mesi fa, ripara oggetti invece di gettarli, li ricicla, vive in una sola casa e cosa molto grave, non fa mai lavoro straordinario… se lei non incrementa gli introiti come potrà poi consumare? Lei sa benissimo che un cittadino degno di questo nome lavora almeno per sedici ore al giorno… pensi se i suoi colleghi la imitassero, sarebbe la catastrofe, il sistema crollerebbe…”
“Ma l’accusa più infamante – continuò il grande inquisitore, guardando i membri della giuria - la cosa grave che ci ha indotto ad intervenire è proprio l’aver scoperto che lei, oltre ad aver questi comportamenti davvero riprovevoli, lei si reca ogni sabato nel bosco proibito a mangiare pizza”. Ci fu un oooh! generale di riprovazione. – “.. e sapete che pizza prende il nostro caro amico? qui fece una pausa per rendere maggiormente enfatico l’istante e sillabò lentamente le parole – una ba-na-lis-si-ma mar-ghe-ri-ta con pomodoro,… mozzarella e ….basilico!
Questo è davvero imperdonabile… lo capisce vero?
Perciò questa corte intergalattica la condanna al lavaggio del cervello con liquido solvente a base di nelsencatodicozedrina e all’ascolto ininterrotto per un settimana di tutta la raccolta di cidi di giggidalescio, così da inibire tutte le sue propensioni verso l’arcaica cultura partenopeica.
E così fu.
Il suo cervello ritornò allo stato elementare come quello del tuttologo Alberioni, noto soprattutto per le acute osservazioni: “ se fuori è nuvolo ci sono molte probabilità che piova, ma se tira un po’ di vento questa eventualità potrebbe anche non verificarsi, oppure se vi batte il cuore in maniera strana, e sudate, o siete perdutamente innamorati o vi sta per venire un colpo ….”
Tutti i membri del comitato si congratularono per lo scampato pericolo.
Ancora una volta il sistema era salvo.
Poveri illusi!
Oltre il cervello gli avrebbero dovuto ripulire anche l’intestino!
Invece dopo un po’ di tempo cominciarono a spuntare germogli, nelle poche zone non ancora cementificate, che presto diventarono piante di pomodoro che si moltiplicarono all’infinito fino ad invadere l’intera galassia.
Infine l’esplosione!
La più grande pommarola della storia della galassia!

Stefano mina




Pizza sprint


Il giorno che perdemmo Luca era cominciato con un po’ di pioggia.
All’ora di mensa, però, aveva già finito.
Portai su il mio gruppo appena suonata la campana, quarantadue scalmanati che si fermavano a mangiare a scuola per tirarsi panini, bere aranciata con la pastasciutta, battere le mani e ululare se qualcuno faceva cadere un piatto o, gaudio!, l’intero vassoio. Seduta al tavolo con il gruppo dei supereroi, quelli che inghiottivano il cibo in quattro secondi netti e volavano giù per le scale in otto, nove secondi, facevo passare lo sguardo sul tavolone vicino. Qualcosa non quadrava.
“Nel tuo gruppo manca Luca”, dissi piano alla collega che fissava assente fuori dalla finestra.
“Ma va’”, rispose lei.
“Ma sì”, insistetti.
“Sarà assente”, mi tranquillizzò lei.
“Stamattina gli ho dato una nota”, spiegai.
“Figurati! Ti stai confondendo”, alzo le spalle.
“Ha messo il compasso nelle chiappe di Martina”, precisai.
“Dici che manca?”, si girò a guardarmi.
“Dico”, la fissai io.
“Ma va’”, ripeté lei e fece segno al suo gruppone di seguirla in cortile.
Aspettai che anche i miei avessero finito, li radunai, sequestrai le arance che Mattia si era messo in tasca per fare al tiro al bersaglio con qualche compagno, scesi con loro, li affidai al collega di musica e cominciai a girare per cercare Luca. Sparito.
Chiesi in giro, ai disperati della sua compagnia. Sì, ma, non so, possiamo andare a giocare a calcetto adesso?
Mi decisi a telefonare alla madre, a disturbarla al lavoro.
“Signora, Luca doveva andare a casa a mangiare?”
“No, sta in mensa”, rispose la madre, tranquilla.
“Signora, scusi, non si è fermato in mensa”, spiegai, mentre cercavo il numero dei carabinieri, dell’ospedale più vicino, e di un avvocato per la collega che l’aveva nel gruppo.
“Ah, no?”, fece la madre, lontana.
“No, signora, non lo troviamo”.
“Ah, sì, scusi, gli ho fatto il permesso, è andato al Pizza Sprint.”
“Scusi?”, chiesi.
“Sì, Pizza Sprint, sa, quando in mensa fanno delle schifezze, lo mando al Pizza Sprint.”
“Oh. Scusi, allora c’è un permesso da qualche parte?”, chiesi, pensando di andare a tirare il collo alla collega e a quelli della segreteria.
“Eh, sì, c’è il permesso, gli piace da matti la pizza, esce con quelli che vanno a mangiare a casa ma lui lo mando al Pizza Sprint.”
“Quindi lei lo sapeva, di oggi?”
“Sì, sì, Pizza Sprint. Luca ama la pizza. A Pizza Sprint la fanno buona.”
“Ora controllo, eh, signora?”
“Ma cosa vuole, Pizza Sprint è lì a un passo dalla scuola, cosa vuole che sia, ora torna. Gli piace, mangiare la pizza e poi tornare a scuola.”
Il giorno che perdemmo Luca era un lunedì.
Pizza Sprint era chiuso.

annalisa