sabato 23 gennaio 2010

senza senso

Non saprei dire con esattezza da quanto tempo stessi camminando. Una, due o tre ore, poco importava visto che ero comunque esausto e l'unica cosa al mondo che in quello momento desideravo, era di fare al più presto una sosta; altrimenti, ne ero certo, l'impietosa palla di fuoco inchiodata sopra di me, avrebbe fatto evaporare anche l'ultima goccia di sudore che scendeva sapida sulle mie labbra, mutandomi in un limone disidratato. Avevo ancora un po' d'acqua nella borraccia, è vero, ma volevo resistere il più possibile dato che non avevo la minima idea di quanta strada dovessi ancora percorrere per giungere alla meta. Il problema, ora, era trovare un riparo ma le uniche cose che riuscivo a scorgere, attorno a me, erano polvere e sterpi, sterpi e polvere, nient'altro; polvere che si insinuava tra i denti nonostante la bocca serrata, ruvida e amara e sterpaglia talmente rinsecchita da ferirmi le caviglie, nonostante cercassi di evitare quegli infidi cespugli, con sempre meno agili balzelli. La fortuna mi venne in soccorso proprio quando, oramai prossimo alla disperazione, cominciavo a perdere il senso della realtà; girando attorno ad uno sperone di roccia vidi, ad una cinquantina di metri, un albero dalla larga chioma: probabilmente l'ultimo superstite in questa piana desolata. La sorpresa raddoppiò quando mi resi conto che nella proiezione della sua ombra, ad un paio di metri circa dal tronco stava seduto immobile un uomo nella posizione yoga del loto. Mi avvicinai lentamente per non interrompere quella che pareva essere una sorta di meditazione ma il rumore provocato dalla pressione del mio piede su di un ramo secco, fu il mio inopportuno biglietto da visita. L'uomo, comunque non si mosse. Bisogna ammettere che la scena era piuttosto buffa: io, in piedi senza neppure respirare, con una gamba tesa e l'altra piegata con il piede quasi sospeso, accanto a quello che avevo temuto essere un miraggio ma che invece era proprio quel miracolo della natura chiamato albero, e poco più in là con l'ombra di un ramo che gli fendeva il viso, questo strano e silenzioso individuo, talmente rigido nella sua postura da sembrare piantato nell'arida terra, quasi fosse lui stesso un arbusto del deserto. Dopo alcuni istanti che parvero eterni, ripresi a respirare e mi sedetti, molto cautamente, appoggiando la schiena indolenzita al robusto tronco di quella che riconobbi essere un'acacia tortilis, pianta tipica di quelle zone. Allungai le gambe e mi tolsi il cappello che usai come ventaglio per muovere un poco l'aria. Mi girai verso il mio compagno che ora aveva volto lo sguardo nella mia direzione. Accennai un sorriso e come gesto di saluto piegai leggermente il capo. Anche lui, almeno così mi parve, mosse la testa in segno di risposta e questo mi incoraggiò a tentare un approccio più deciso, così da rompere l'atmosfera di quella strana situazione "Le dispiace se mi fermo un po' a riposare all'ombra anch'io?" che stupida e retorica domanda, ma continuai "anche lei si è perso in questo dannato deserto, stavo andando a... ? L'uomo non rispose, pareva ignorarmi del tutto e per dimostrarmelo in modo inconfutabile rigirò nuovamente la testa ritrovando, probabilmente, il punto imprecisato nell'orizzonte che aveva lasciato al mio arrivo.
Scrollai le spalle e lo mandai mentalmente "a quel paese", misi il cappello sugli occhi e incrociai le braccia cercando di assopirmi; ma nonostante la grande stanchezza, avevo difficoltà ad addormentarmi. La presenza dell'uomo mi infastidiva... no, non era proprio un vero fastidio ma c'era qualcosa in quella strana situazione che mi turbava, impedendomi così di rilassarmi come le mie membra indolenzite avrebbero desiderato.
Se non fosse stata per la leggera brezza che ora muoveva l'aria e l'erba, l'unico suono che percepivo era quello provocato dal battito del mio cuore.
Istintivamente portai le mani sul petto, come per attenuarne il rimbombo.
Ma la stanchezza era davvero tanta. Il tempo passò incalcolabile. Lentamente la tensione diminuì lasciando posto ad una ritrovata tranquillità che lentamente mi accompagnò tra le braccia del dio del sonno.
"comunque non mi sto riposando e non mi sono perso"
La voce arrivò asciutta e tagliente come una stilettata che mi fece sobbalzare, facendomi istantaneamente uscire da quel torpore che con tanta difficoltà avevo cercato di raggiungere.
Mi schiarii la gola fingendo una prontezza ed una disinvoltura del tutto non credibile e risposi:
"Ah! certo, sì...sa, pensavo che... " non sapevo che dire, non riuscivo a capire il perché di quella affermazione, perciò timidamente gli domandai
" Ma allora, come mai se ne sta qua seduto, immobile... sta forse aspettando qualcuno, sta meditando, sta..."
"ecco, proprio così, sto aspettando qualcuno"
Disse questo girandosi completamente verso di me, sgranando gli occhi scuri con un'espressione alquanto buffa, come quella di chi sta per dire qualcosa di poco intelligente ma è fermamente convinto del contrario.
Cambiai posizione, pronto ad ascoltare.
"Conosce la storia del fiume, del cadavere... del nemico?"
"sì, certo dovrebbe essere un vecchio detto cinese, ma.."
"ecco, quello aspetto, il cadavere del mio nemico, prima o poi..."
Ora il torpore era totalmente svanito lasciando posto ad una strana inquietudine; mi guardai attorno come per cercare una conferma di quello che stavo per dire e balbettai una domanda che ora riconosco del tutto assurda ma che mi parve allora in linea con la situazione
" Ma santo, cielo! non vede che qua non c'è nessun fiume? siamo in una zona del tutto desertica, come..."
Non riuscii a completare la frase
" Ah cazzo, è vero!"
Lo strano individuo si alzò in piedi con uno scatto del tutto inaspettato, si piegò sulle ginocchia un paio di volte, si spolverò i pantaloni e se ne andò senza degnarmi ne di una parola ne di uno sguardo.
Lo guardai allontanarsi, fino a che non si perse sulla linea dell'orizzonte mutando in una sorta di illusione ottica.
La polvere mi si insinuava tra i denti nonostante la bocca serrata, ruvida e amara.

3 commenti:

cristina bove ha detto...

mi è piaciuto davvero tanto, Stefano
ha un che di Borges, mi ricorda scene rarefatte e misteriose, sospese tra la realtà e il sogno.

morena ha detto...

la sospensione tra realtà e sogno, come scrive Cristina, è un luogo in cui dovremmo abitare più spesso.
bel racconto, Stefano :)

stefano ha detto...

Cristina, grazie.
é un po' il mio modo di vivere, quello di essere sospeso tra realtà e sogno e a volte questo può creare dei problemi soprattutto se hai superato i 50... ma non ci posso fare niente
La realtà è talmente presente che nonostante cerchi mille "evasioni" non mi riesce mai di essere totalmente assente.

Morena, grazie!
E' davvero divertente costruire una storia attorno ad un'immagine piccolissima che ti balena per la testa e non sai neppure perché.
Solo dopo averlo scritto ho trovato un senso a queste mie parole.
Quanta gente c'è che aspetta qualcosa di indefinito, ferma e immobile e non si rende conto che il treno che aspettava non passava da quelle parti e che forse era meglio muoversi, andare incontro

ciao
stefano