domenica 24 agosto 2008

elogio della fuga


"Didò, dove sei finito... mi hai piantato con le pizze in mano e te ne sei andato... guarda che la mozzarella si rapprende, poi fa schifo....?"

Questo commento che ho lasciato a didò più in basso mi ha fatto venire in mente una cosa che mi è successa alcuni anni fa:

Al ritorno di brevi ma bellissime vacanze toscane presso volterra, ci trovammo, la mia famiglia ed io, all'ora del pasto, in una zona boschiva dell'appennino tosco-romagnolo.
Gli stomaci brontolavano, perciò senza indugi al primo cartello che indicava un posto di ristorazione svoltammo nella direzione indicata: un vecchio castello (completamente rimosso dalla memoria) con annesso ristorante.
Accecati dalla fame entrammo in una sala esterna situata sotto una grande tettoia e scelto il tavolo ci sedemmo senza fiatare.
Di lì a poco arrivò un cameriere con il menù e un cesto di pane che fu immediatamente aggredito ( il cestino) dai miei figli... d'accordo anche da me e da mia moglie.
Masticando un boccone cominciai a sfogliare lentamente il menù:
" Che cosa c'è stefano, perché fai quella faccia?"
La voce di Cinzia giungeva lontana e un pezzo di pane mi si era incagliato in un certo punto dell'esofago...
I prezzi erano spaventosamente alti!
Cominciai a cambiare colore, dal bianco cadavere al rosso tedescoiprimigiornidivilleggiaturaarimininelmesediluglio
e con calma - si fa per dire cominciai a ragionare sul da farsi. I minuti passavano inesorabili. Del cameriere ancora nessuna traccia.
Dopo un breve conciliabolo prendemmo l'unica decisione possibile.
Con non chalance ci alzammo e elegantemente ce la squagliammo.
L'uscita della sala era proprio vicino al corridoio interno al ristorante. In lontananza vidi arrivare il cameriere che si avvicinava sempre di più:
...e uno, fuori Luca, e due, Fabio e tre, Cinzia... quando fu il mio turno mi trovai proprio davanti all'uomo con la camicia bianca. Il suo sguardo - sorpreso - incrociò il mio - accigliato -. Con le sopracciglia inarcate sgranai gli occhi e con il dito indicai l'orologio e dissi con la faccia come il cosiddetto culo : " è mezz'ora che aspettiamo"... e quattro! Fanculo.
Sentì, finalmente, il boccone scivolare giù.
Sembrava fossimo scappati da Alcatraz, tanta era la sensazione di libertà!

E voi cari amici avete qualche episodio analogo da confessare... siete mai scappati da qualcosa, da qualcuno e cosa avete provato, vergogna, imbarazzo o piacere?
spedite le vostre storie... dopo, magari le raggruppiamo tutte assieme come tanti racconti.
stefano

venerdì 22 agosto 2008

scegli la tua canzone: oggi si vota

Entro domani bisogna scegliere su letteratitudine 5 singoli e 5 album...fate presto, siete ancora in tempo!

Questi sono i miei:

singoli

Heroes David Bowie “… è triste un mondo che ha bisogno di eroi..”
Wild horses Rolling Stones “ …perché oggi va così…”
The power of love Frankie Goes To Hollywood “ che altro possiamo fare? “
Sex machine James brown “… magari un po’ di sesso?”
Starway to heaven Led zeppelin “ mi piaceva chiudere con uno sguardo al cielo…magari piove”

album

Rain dogs Tom Waits "uno a caso"
Koln concert Keith Jarrett "quando le parole non servono"
Atom heart mother Pink Floyd "ma che musica è?"
Colonna sonora di Requiem for a dying placet ( W. Herzog) Ernst Reijseger and Mola Sylla e Cuncordu e Tenore de Orosei "perché amo le contaminazioni ed è una delle più emozionanti cose che ultimamente ho ascoltato"
En Concert Paolo conte "tataratata tarata taratza..."

...naturalmente ne mancano a pacchi ma oggi mi venivano così!
E' stato un viaggio a ritroso nel tempo, credo che la nostalghia abbia avuto il sopravvento.

stefano

domenica 17 agosto 2008

scegli la tua canzone

Facciamo un salto da Massimo Maugeri su letteratitudine... si gioca ancora ma è tutta un'altra musica!
Alla consolle, Gea e Enrico!...il divertimento è assicurato!



sabato 9 agosto 2008

PIZZA COLLECTION




La morte della pizza


La pizza non morì subito, la sua agonia fu lenta e tormentata e cominciò quando una terrificante birra di Amburgo le fu deposta a fianco. Il carnefice non l’aveva ancora colpita: prima doveva lavarsi le mani, che Pilato! Lei, non più calda, cominciava ad afflosciarsi. Nel mentre, aveva avuto anche una breve conversazione con una mosca bilingue, che le riferì venire dall’Italia .
Era stato un sequestro incauto, da parte di un trasportatore di pesche dell’agro nocerino- sarnese. Con lei altre centinaia di sorelle, disperse nei land, qualcuna di quelle micidiali mosche campane era già nel Bundestag e molestava la Merkel sul collo (Kohl sul collo?).
“Oh- pensò la pizza- anche suo padre era Italiano”.
Davanti al bagno, una mostruosa fila di Turchi con la diarrea, aveva fatto desistere l’assassino che era tornato sui suoi passi .
“Non mi lavo le mani, il bagno è occupato”
Non l’avrebbe fatta fuori con le mani, l’avrebbe tagliata a spicchi sottili: oddio
che strazio ! Adesso pensò, sono quasi fredda e floscia, e se rinunciasse a me per un paio di würstel caldi? Intanto, un altro essere , un po’ diverso da quello che l’aveva ordinata si avvicinò e, dopo avergli soffiato in bocca si sedette. Era diverso, in testa non aveva corti fili neri, ma lunghi del colore della birra e il corpo non era incartato come un panino da mangiare al parco, ma avvolto in una tenda aperta sotto.
Il secondo soggetto ordinò dei würstel e mentre parlava e risoffiava in bocca al primo, io diventavo gelida e più viva che mai : ero immangiabile e felice.
Sarebbero state quelle odiate salsicce tedesche, che arrivavano calde e tronfie, adagiate su di un morbido letto di crauti, a morire. ”Hans , se non la mangi la prendo io “ e così dicendo quell’orrido individuo sopravvenuto al primo, mi avvoltolò tra le mani come una pizza e aggiunse:
“Non li capisco gli italiani che la mangiano bollente, a me la pizza piace fredda”.
Si udì un gorgoglio profondo, un rantolo di morte.
Un vecchio maresciallo della wermacht raggelò e usci di corsa, rincorso dal cameriere con il conto. Deglutendo, come se avesse inghiottito gli occhi, il boccheggiante disse:
”Scusami Hans, non mangio da ieri ,dev’essere lo stomaco”.
Morì dopo due giorni, durante l’autopsia dal suo stomaco fu estratta una pizza da cinque marchi, ancora calda. Il padrone del ristorante, un italiano, fu arrestato per aver cucinato una pietanza con mozzarella rancida. Non lo avrebbe mai ammesso.


Tratto da:
Da Friedrich Durrenmatt “ La morte della pieza” ?
Da Eduardo (atto unico 1944) “ pizza, zeppole e panzarotti ”?
Da Da Umpa (poeta Senegalese dell’epoca pre –Senghor ) “Grano e pizza per il nero” ?


Francesco Di Domenico


L'uomo della pizza



La pizza, intatta e ormai fredda, sembrava una faccia. Come l'uomo della luna. Una faccia stolida e rubiconda, da alcolizzato. Che c'è da guardare, idiota? Mai visto qualcuno piangere?

Il telefono aveva squillato intorno alle nove e mezza: ''Buongiorno, dica''.
''Sono io. Hanno ammazzato Lennon.''

Fu una lunga mattinata. Lavorare facendo finta che non fosse cambiato nulla.
Era cambiato tutto, in realtà. Era finito qualcosa: la parte bambina che crede nell'impossibile era caduta sanguinante su un marciapiede lontano, aveva agonizzato in un ospedale, era cadavere su un tavolo di acciaio. La parte ingenua, forse, che era convinta di poter curare il mondo, nonostante.

E parlava, e parlava. A fatica, perchè ogni parola era una fitta di dolore. Parlava di un'infanzia strana e difficile ma a suo modo bella, di un'adolescenza di ferite sanguinanti, di solitudine dentro, di paura. Del crescere troppo in fretta, delle responsabilità. Delle speranze e dei desideri che andavano sempre a cozzare con le priorità di esigenze altrui e venivano rimandati. Ci penserò domani.

Parlava guardando la pizza, e sentiva a ripetizione il rumore degli spari che avevano ammazzato i suoi sogni.

''Sono stato una merda di padre, vero?'' disse lui.

Lei alzò la testa.

Sì, pensò. Ni, pensò.

Plink, fece una lacrima cadendo sulla pizza. Sul naso dell'uomo della pizza.

No, disse.

gea



CONSOLIAMOCI CON LA PIZZA


Senza palo. Bastarono loro due per svaligiare la casa in quella torrida domenica d’agosto.
Entrarono indisturbati e perlustrarono.
Ma qui non c’è nulla, disse uno. E abbiamo portato due sacchi! Bastava una busta del supermercato, cazzo.
Desolati arraffarono alcuni soprammobili. Ci daranno dieci dollari per questa robetta, vaffanculo!
L’altro aprì il frigorifero. Però, esclamò. E tirò fuori una pizza abbondantemente condita.
Beh, disse, consoliamoci con la pizza. E la divorarono senza lasciare nemmeno una briciola.

Quando tornò rimase impassibile di fronte al soqquadro. Devo aver chiuso male la porta, pensò.
“Ciao, come va?”.
“Oh, quanto tempo! A che devo questa telefonata”.
“Mi hanno svaligiato casa”.
“Ma non mi dire! Danni seri?”
“Due stupidaggini. Mi secca di più che abbiano mangiato la pizza che avevo tenuto per stasera”.
“Pizza?”
“Sì, piena di interiora e frattaglie. Una specialità”.
“Vabbè, la rifarai”.
“Contaci. Anzi, mi metto subito al lavoro. Ti saluto, stammi bene”.
“Anche tu. Ciao Hannibal”

Enrico gregori


VOGLIA DI PIZZA

Notte agitata, nessun miglioramento, il respiro asmatico faceva abbassare ritmicamente il lenzuolo, ma intorno l’aria era gelida.
Distingueva a malapena una parete bianca, dei grandi cassetti, un tavolo di metallo.
Ma chi aveva detto che lui non ce l’avrebbe fatta?
Ah, sì, ricordava, era stato il primario. Era passato nel pomeriggio con lo stuolo dei tirocinanti, gli aveva tastato il polso e poi aveva dichiarato che non sarebbe arrivato al mattino successivo.

Ma io adesso sono indignato, ho le braccia intorpidite e mi formicolano le gambe, una gran sete, qualcuno mi porti da bere.
Ma perché le luci sono spente?
Ho anche fame.
Mi sollevo a sedere sul letto (ma prima non c’erano le sponde?), mi massaggio le gambe, cerco le pantofole…niente il pavimento è freddo.
A piedi nudi mi avvicino alla porta, la spalanco, qualcuno avanza nel corridoio illuminato.
- Ehi – grido - vorrei una pizza, una margherita col basilico!-
I due mi guardano, impallidiscono, il più alto cade con un tonfo sul pavimento. L’altro urla come un forsennato indicandomi.
- Strano – mi dico – in fin dei conti ho chiesto solo una pizza -.

cristina bove



SPEEDYPIZZA

Ma quando cazzo arriva questa pizza? L’avevano ordinata alle otto e avevano avuto assicurazioni della consegna con speedy-pizza non più tardi delle otto e quaranta. Le nove erano passate da un pezzo ma non si vedeva arrivare nessuno. Due margherite e una capricciosa, e la fame cominciava a farsi sentire.
Intanto continuavano a bere birra, tentando di calmare la sete in una serata in cui il termometro continuava a volere stare sopra i trenta gradi, senza alcun accenno di discesa. Le bottiglie stavano per finire, ma di pizza manco l’ombra.
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Il campanello suonò alle nove e tre quarti e la voce al citofono parlava un italiano stentato.Sicuramente un extracomunitario: scusa dottore ho avuto un incidente di motorino dottore, ma ho qui tua pizza dottore, a che piano dottore…
Su al quarto. C’è l’ascensore.
Le pizze erano fredde, gommose e immangiabili, fra l’altro la mozzarella si era incollata alle scatole di cartone.
E io dovrei pagarti per questo schifo consegnato con un’ora di ritardo?
No dottore, ma io avuto incidente dottore. Guarda dottore, io rotto pantaloni dottore e mia gamba tutta insanguinata dottore. Tu non paghi dottore, ma io licenziato domani dottore se no soldi di tua pizza.
Dai vieni che disinfettiamo la ferita. … E dimmi quanto ti devo, và, per questa volta…. Non voglio avere sulla coscienza il tuo licenziamento. Quanto alle pizze portatele pure via, buttale nel cassonetto, tanto mi è passato l’appetito.
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Dai Rocco, fila col motorino prima che quello si affacci al balcone, le pizze le portiamo a Via Chiabrera, che c’era un’altra ordinazione.
A Gennà, certo che così di soldi non è che se ne tirino via poi tanti co’ ‘sto giochino; e me sarei pure rotto i cojoni di mangiare tutte ‘ste pizze ogni sera. Nun è che se potemo inventà anche uno speedy-matriciana?


Carloesse (Sirotti-Speranza)









L’ultima pizza

Fu arrestato mentre rientrava a casa dopo aver gustato la sua ultima pizza.
Veniva dal locale di Bazilick Mozharel ultimo discendente di una stirpe di dervisci roteanti prestati all’arte pizzaiola.
Mentre si esibiva nel suo ipnotico roteare Bazilick ne approfittava per preparare decine di basi perfettamente tonde, dove avrebbe poi steso la salsa di pomodoro e successivamente i tipici ingredienti necessari per completare l’opera culinaria. Un duplice spettacolo.
Purtroppo nel 2057 mangiare pizza era proibito. Era ritenuto un atto reazionario, anti-nazionalista. Per questa il locale del nostro pizzaiolo roteante si trovava nel bosco degli specchi bugiardi, un luogo dove era impossibile entrare utilizzando le sole facoltà intellettive. Poteva raggiungere il luogo proibito solo chi possedeva l’ormai perduto senso dell’olfatto… bastava seguire ad occhi chiusi il profumo del basilico e dell’origano. Questo era l’unico modo per giungervi indenni, senza impazzire sbattendo continuamente la fronte negli specchi, i quali essendo falsi, non riflettevano l’immagine di chi vi si poneva di fronte, costringendolo a tremende capocciate
Il nostro uomo era uno dei pochi, ancora in possesso di queste rare facoltà olfattive, ma purtroppo dopo mesi di pedinamento lo fermarono all’uscita del bosco.
Fu accusato di anti-consumismo sfrenato e di essere un ribelle nostalgico dei più pericolosi, un vero nemico del sistema. “ come può un degno cittadino essere così egoista e parsimonioso – sentenziò il giudice – lei possiede una sola aeromobile oramai obsoleta, acquistata ben 6 mesi fa, ripara oggetti invece di gettarli, li ricicla, vive in una sola casa e cosa molto grave, non fa mai lavoro straordinario… se lei non incrementa gli introiti come potrà poi consumare? Lei sa benissimo che un cittadino degno di questo nome lavora almeno per sedici ore al giorno… pensi se i suoi colleghi la imitassero, sarebbe la catastrofe, il sistema crollerebbe…”
“Ma l’accusa più infamante – continuò il grande inquisitore, guardando i membri della giuria - la cosa grave che ci ha indotto ad intervenire è proprio l’aver scoperto che lei, oltre ad aver questi comportamenti davvero riprovevoli, lei si reca ogni sabato nel bosco proibito a mangiare pizza”. Ci fu un oooh! generale di riprovazione. – “.. e sapete che pizza prende il nostro caro amico? qui fece una pausa per rendere maggiormente enfatico l’istante e sillabò lentamente le parole – una ba-na-lis-si-ma mar-ghe-ri-ta con pomodoro,… mozzarella e ….basilico!
Questo è davvero imperdonabile… lo capisce vero?
Perciò questa corte intergalattica la condanna al lavaggio del cervello con liquido solvente a base di nelsencatodicozedrina e all’ascolto ininterrotto per un settimana di tutta la raccolta di cidi di giggidalescio, così da inibire tutte le sue propensioni verso l’arcaica cultura partenopeica.
E così fu.
Il suo cervello ritornò allo stato elementare come quello del tuttologo Alberioni, noto soprattutto per le acute osservazioni: “ se fuori è nuvolo ci sono molte probabilità che piova, ma se tira un po’ di vento questa eventualità potrebbe anche non verificarsi, oppure se vi batte il cuore in maniera strana, e sudate, o siete perdutamente innamorati o vi sta per venire un colpo ….”
Tutti i membri del comitato si congratularono per lo scampato pericolo.
Ancora una volta il sistema era salvo.
Poveri illusi!
Oltre il cervello gli avrebbero dovuto ripulire anche l’intestino!
Invece dopo un po’ di tempo cominciarono a spuntare germogli, nelle poche zone non ancora cementificate, che presto diventarono piante di pomodoro che si moltiplicarono all’infinito fino ad invadere l’intera galassia.
Infine l’esplosione!
La più grande pommarola della storia della galassia!

Stefano mina




Pizza sprint


Il giorno che perdemmo Luca era cominciato con un po’ di pioggia.
All’ora di mensa, però, aveva già finito.
Portai su il mio gruppo appena suonata la campana, quarantadue scalmanati che si fermavano a mangiare a scuola per tirarsi panini, bere aranciata con la pastasciutta, battere le mani e ululare se qualcuno faceva cadere un piatto o, gaudio!, l’intero vassoio. Seduta al tavolo con il gruppo dei supereroi, quelli che inghiottivano il cibo in quattro secondi netti e volavano giù per le scale in otto, nove secondi, facevo passare lo sguardo sul tavolone vicino. Qualcosa non quadrava.
“Nel tuo gruppo manca Luca”, dissi piano alla collega che fissava assente fuori dalla finestra.
“Ma va’”, rispose lei.
“Ma sì”, insistetti.
“Sarà assente”, mi tranquillizzò lei.
“Stamattina gli ho dato una nota”, spiegai.
“Figurati! Ti stai confondendo”, alzo le spalle.
“Ha messo il compasso nelle chiappe di Martina”, precisai.
“Dici che manca?”, si girò a guardarmi.
“Dico”, la fissai io.
“Ma va’”, ripeté lei e fece segno al suo gruppone di seguirla in cortile.
Aspettai che anche i miei avessero finito, li radunai, sequestrai le arance che Mattia si era messo in tasca per fare al tiro al bersaglio con qualche compagno, scesi con loro, li affidai al collega di musica e cominciai a girare per cercare Luca. Sparito.
Chiesi in giro, ai disperati della sua compagnia. Sì, ma, non so, possiamo andare a giocare a calcetto adesso?
Mi decisi a telefonare alla madre, a disturbarla al lavoro.
“Signora, Luca doveva andare a casa a mangiare?”
“No, sta in mensa”, rispose la madre, tranquilla.
“Signora, scusi, non si è fermato in mensa”, spiegai, mentre cercavo il numero dei carabinieri, dell’ospedale più vicino, e di un avvocato per la collega che l’aveva nel gruppo.
“Ah, no?”, fece la madre, lontana.
“No, signora, non lo troviamo”.
“Ah, sì, scusi, gli ho fatto il permesso, è andato al Pizza Sprint.”
“Scusi?”, chiesi.
“Sì, Pizza Sprint, sa, quando in mensa fanno delle schifezze, lo mando al Pizza Sprint.”
“Oh. Scusi, allora c’è un permesso da qualche parte?”, chiesi, pensando di andare a tirare il collo alla collega e a quelli della segreteria.
“Eh, sì, c’è il permesso, gli piace da matti la pizza, esce con quelli che vanno a mangiare a casa ma lui lo mando al Pizza Sprint.”
“Quindi lei lo sapeva, di oggi?”
“Sì, sì, Pizza Sprint. Luca ama la pizza. A Pizza Sprint la fanno buona.”
“Ora controllo, eh, signora?”
“Ma cosa vuole, Pizza Sprint è lì a un passo dalla scuola, cosa vuole che sia, ora torna. Gli piace, mangiare la pizza e poi tornare a scuola.”
Il giorno che perdemmo Luca era un lunedì.
Pizza Sprint era chiuso.

annalisa





UNA NAPOLI, PER FAVORE!

Questa volta la colpa non è mia ma di un collega di Napoli, un certo Didomenico
Mi ha chiesto ospitalità per qualche giorno. Non potevo certo rifiutare visto che mi ha offerto un'ottima pizza!
Se vi va posso ospitare anche qualcun' altro, qui c'è posto per tutti! Se vi è piaciuto il cocomero,la pizza non vi deluderà!
stefano mina

p.s. se volete partecipare, fatelo con calma, qui non abbiamo fretta... chiedo solo di produrre storie non troppo lunghe ( circa 2000 caratteri).
I racconti verranno inseriti qua sopra. Il primo è di didò.
ste

comunicazione di servizio


Scusate il ritardo ma devo segnalare due situazioni musicali piuttosto interessanti:
Questa sera a Santarcangelo di Romagna (angolo sferisterio) nell'ambito della serata "calici sotto le stelle" si esibiranno in un insolito trio, Fabio Mina ( flauti), Danilo Rinaldi (percussioni) e Annika Handrock (vibrafono)... assolutamente da non perdere. Domani sera invece, presso le grotte di onferno(gemmano) ore 20 circa all'inedita formazione si aggiungerà Alice Miniutti (violino) per un concerto in occasione della notte di S. Lorenzo... seguiranno visita notturna alle grotte e avvistamento stelle cadenti.
buon divertimento
stefano

domenica 3 agosto 2008

I RACCONTI DEL COCOMERO



mattia moreni




Maria la cocomeraia



Alcuni anni fa. D’estate. Sulla strada verso casa, c’era Maria, una cocomeraia davvero insolita. Teneva aperto il suo gazebo dalle otto di sera fino alle cinque del mattino. Già questo la rendeva particolare anche perché il numero degli avventori non era tale da giustificare un simile orario. Quello che però principalmente la caratterizzava era che mentre i suoi clienti, spesso gli stessi, si dissetavano con meloni e dolci angurie, lei leggeva loro gratuitamente il futuro. Non lo faceva seguendo linee tortuose della mano o decifrando trame invisibili in fondi di cafè o voltando e interpretando abilmente carte taroccate… no, niente di tutto questo. Il suo metodo consisteva nell’affondare i denti in una fetta succosa e zuccherina di cocomero, ingerirne la polpa e, a mitraglia, sparacchiare i neri semi sopra un piatto immacolato che lentamente reclinava, sollevava, scrutava… infine il verdetto. “ farai tantissimi viaggi e incontrerai persone di ogni genere: poveri, ricchi, bianchi, neri, gialli...ma saranno incontri fugaci, niente di definitivo… tutti tenderanno la mano al tuo passaggio …. e soldi, vedo molti soldi…” questo fu quello che una notte mentre rientravo dal lavoro mi predisse. Mi sembra ancora di udire la sua voce roca- per il troppo fumo - mentre salivo sulla bicicletta per andarmene a casa: “ ciao mio bel capotreno, torna presto…”. D’accordo, so cosa pensate, come veggente non era un granché ma dovete credermi il cocomero era davvero buono. Ora lei non c’è più, dove stava il suo capanno c’è uno spazio vuoto. Non ancora colmato.

stefano mina



Marco aveva sei anni, ed era in vacanza dai nonni in campagna.
Gli piaceva tantissimo zappettare nell'orto, raccogliere i pomodori, tagliare l'insalatina.
Ma la cosa che lo affascinava di più era veder crescere e maturare i cocomeri.
Erano pochi, una decina, ma grandi e turgidi, e aspettava con ansia il momento in cui sarebbero comparsi a merenda sotto forma di fette rosse e gocciolanti.
Le mangiava in calzoncini, tuffandoci la faccia e scolandosi addosso quel succo profumato e appiccicoso che sapeva di estate, e poi correva sotto il getto dell'irrigatore per sciacquarsi.
Poi andava a leggere fumetti appollaiato tra i rami del fico.
Leggeva Topolino, di solito. Ma fu il giorno in cui gli capitò in mano anche un libriccino dei Peanuts di proprietà dello zio che scoprì il Grande Cocomero. Quello che un fiducioso Linus attendeva invano da sempre.
Era la vigilia di San Giovanni, la notte dei fuochi. E Marco pensò fosse quella giusta.
Quando, dopo i festeggiamenti intorno ai falò, tutti se ne andarono a dormire, lui sgattaiolò nell'orto, e si mise ad aspettare.
Lo trovarono lì, la mattina dopo, addormentato abbracciato a un cocomero, il visino sporco di terra rigato da lacrime secche.
''Non è venuto, nonno. Ma perché? Tu sei sempre sincero, e anch'io..''
Lo zio Mario ci mise un po' a spiegargli che i cocomeri in realtà erano zucche, e che la stagione era quella sbagliata, e che quelle cose succedevano solo in America.
In braccio al nonno, la testa che ciondolava, Marco disse solo ''io da grande voglio andarci, in America''. E si riaddormentò.

Gea




l'estate del ‘59



Sì ricordo, oh sì che ricordo

L’estate del 1959. Io e Geppo il roscio.
Lui abitava in quel paesino del Frusinate. Mi ci costrinsero in vacanza. C’è l’aria buona, mi avevano detto, e tu c’hai l’adenopatia. C’è la cugina di mamma lì, è come una zia. Starai bene e guarirai.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

Quando arrivai a casa di quella donna. C’aveva due zinnone!
E mi accolse con un bicchiere di latte appena munto.
Un litro di questo al giorno, mi disse, e starai in forma come un torello.
Geppo il roscio aveva sempre i pantaloni strappati e le ginocchia ferite. Era il figlio della balia. Insomma aveva tanti fratelli, in un certo senso.
E sarai mio fratello anche tu, mi disse. Però tutti i miei fratelli fanno il giuramento.
Quale?
Il giuramento dei cavalieri del cocomero. Si va di notte nel campo di don Cataldo e si rubano i cocomeri. Sono due anni che lo facciamo. Lui è avaro.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

Geppo che andava avanti scorticandosi le ginocchia.
I suoi capelli sembravano oro rosso sotto la luce della luna.
E poi una fucilata a disintegrare sogni e silenzi.
Geppo il roscio preso in pieno.
Mi credevo che era una volpe, disse don Cataldo.
Geppo moriva abbracciato al suo ultimo cocomero.

Sì ricordo, oh sì che ricordo.

Il maresciallo: “c’ha 11 anni ‘stu figlio ‘e bucchine”.
E mi rimandarono a casa, dopo che avevo ammazzato don Cataldo,
Senza più Geppo, ma sempre con l’adenopatia.

Enrico Gregori




Crusca

- An-gu-ria.
- Eh?
- T’ho detto che sia chiama anguria.
- Oh, chissenefrega, stèss culùr! Anguria, cocomero… Mi dai una fett…
- Anguria. Cocomero lo dicono i romani.
- Che vuol dire? Lo dicono i romani che parlano italiano.
- Roma ladrona.
- Sei scemo?
- No, perché ‘sti romani ci rubano anche le parole, adesso.
- Guarda, lascia perdere, stai facendo un discorso del tubo, dammi una fetta di… anguria, va’, così mi rinfresco un po’.
- Ammettilo.
- Ammettere cosa?
- Che la parola giusta è anguria, e ‘sto cocomero viene da sotto il Po.
- No, guarda, se vuoi fare il sofistico come al solito, allora mi metto a fare la pignola anch’io, che anguria lo diciamo noi qui, ma la parola giusta è l’altra.
- Ah, già la signora fa la pignola perché c’ha la laurea, e un povero geometra non può saperne più di lei, vero?
- Non farmi dire quello che non ho detto, come quella volta di tua madre.
- Non tirarla in ballo, che ti devi inchinare, con la mia mamma.
- Già. E ci scommetto che dice anguria.
- Perché, ti dà fastidio che la mia mamma parla meglio di te?
- Senti, mi dà solo un po’ fastidio che incominci sempre queste conversazioni inutili e ti arrabbi per…
- Senti te. A casa mia voglio che si parli come dico io e che si mangi come dico io. Mettiti lì e tagliami una fetta. Di anguria.
- Guarda, te la do tutta, la tua anguria.
E lanciò con forza i quattordici chili del frutto sul cranio di lui.
- Cocomeraio del cazzo, disse, e se ne andò.


annalisa



Le gocce rosse

Quell’estate Dario ed io eravamo un tutt’uno. Era l’estate dei nostri tredici anni e il cielo non era mai grigio. Dario suonava il mio campanello ogni pomeriggio alle due e io scendevo di corsa. Pantaloni corti lui e un vestito a fiorellini io – la zia faceva la sarta e non mi lesinava abiti colorati e camicette con maniche a palloncino – ce ne andavamo in giro fino all’ora di cena. Quando Dario riusciva, rubava cinquanta lire dal borsellino della mamma e allora andavamo dal cocomeraio all’angolo – “da Alfredo la cocomera più rossa” c’era scritto sul cartello – e lui mi comprava una fetta rossa e fresca. “Ecco la fetta più rossa e più dolce per questa bella signorina” diceva sempre Alfredo. Ci sedevamo al tavolino verde nell’angolo più fresco e io attaccavo l’anguria con la sete di un pomeriggio di polvere e afa. Dario diceva che guardarmi mangiarla era la cosa più divertente dell’estate. Piantavo i denti, e a volte il naso, in quella fetta fredda e il succo mi colava sul mento e allora ridevo e lui insieme a me.
Mi sentivo in colpa, però, a mangiarla da sola e alla fine dividevamo sempre, anche se Dario fingeva di non volerne. Quei morsi rossi e quel sapore dolce sono la cosa che associo all’estate ancora oggi, ma c’è un’altra cosa che mi ritorna sempre in mente.
Era già settembre e la scuola stava per cominciare. Dario ed io ci prendevamo gli ultimi pomeriggi di libertà. Anche quel giorno ci fermammo da Alfredo e seduti al solito tavolino verde mangiammo la nostra fetta di cocomero. Il succo mi colava sul mento e mentre stavo per pulirmi, Dario allungò l’indice e raccolse le gocce rosse e dolci, poi fece una cosa che non aveva mai fatto: mise il dito in bocca e lo leccò.
In quel momento capimmo che quello non era un pomeriggio come gli altri e che l’estate non era l’unica cosa che stava finendo.

Morena Fanti



Totommero e totatola


Te lo ricordi Ivana? Faceva caldo come adesso, forse di più. Ma noi non ce ne accorgevamo perché eravamo delle bambine e l’estate era la nostra stagione. La stagione in cui era permesso fare tardi, esagerare con i giochi, gli orari, il cibo. Te li ricordi i cocomeri, Ivana? Cocomeri enormi, oblunghi, li chiamavano americani e ci venivano delle fette che per percorrerle tutte rosicchiando, come topolini voraci, ci volevano cinque minuti buoni. Ed si era solo all’inizio. Erano le nostre serate in terrazzo, le serate Totommero e totatola come dicevi tu, storpiando la pronuncia in uno scherzo che faceva ridere solo noi. Come solo i bambini sanno ridere. Ci veniva una pancia enorme, a tamburo, e non contente innaffiavamo il tutto con la Cocacola ghiacciata, quella della bottiglia di vetro, pesante che quasi non ce la facevano ad alzarla.
Ivana, non puoi non ricordare quei giorni. Sorridevi tanto, ridevi per niente con le lentiggini sul naso e la speranza nel futuro. La vita non ha mantenuto le promesse, d’accordo. Tre matrimoni falliti alle spalle, nessun figlio, d’accordo. La voglia di farla finita, d’accordo, lo capisco. Ma non puoi restartene chiusa in questa stanza a fissare il buio. E’ agosto, Ivana, stai per compiere gli anni e te la meriti una serata come quelle di allora: totommero e totatola. Dammi la mano, dai. Una volta eravamo amiche, ricordi?

Laura Costantini


Avevo all’incirca 16 anni, era estate e dovevo procurarmi i soldi per i libri. La signora del colorificio, dove avevo sempre un conto aperto, mi aveva dato un’idea: a pochi kilometri da Bergamo c’era un chiosco delle angurie ( da noi si chiamano così) e il proprietario stava cercando qualcuno in grado di decorare un po’ le vasche, verdi e tristi. Io mi presentai, con gli smaltini, una bottiglietta di acqua ragia , pennelli e in compagnia di mio fratello, che allora aveva solo nove anni. Decorai le vasche, come Mattia Moreni (insomma si fa per dire): grandi fette di cocomero rosse, bianco per la scorza e verde per la pellaccia dura. Il tizio, un po’ equivoco, per la verità, ci offrì cocomeri e anche un pranzo presso la trattoria dei camionisti. Alle 16 mi pagò, e anche molto generosamente, poi, visto che il chiosco stava sulla provinciale per Lecco, io e mio fratello ci mettemmo in posa per l’autostop. Si fermò un maggiolino rosso, l’autista sembrava un tipo asciutto, poche parole, baffi spioventi e un’aria incerta. Stavo davanti, e mio fratellino, dietro e così per ingannare il silenzio parlavo e raccontavo di manifestazioni e assemblee. Incurante dei pizzicotti con qui Dario (mio fratello) richiamava l’attenzione, ad un certo punto intonai anche l’Internazionale. La macchina si fermò, ma ormai eravamo quasi arrivati, scendemmo e solo in quel momento (proprio mentre aprivo la portiera) mi accorsi che sul vetro del cruscotto brillava una svastica e il simbolo di Ordine Nuovo. Il giorno dopo appresi dai giornali che un tizio, al volante di un maggiolino rosso, era stato fermato dalla polizia perché implicato negli attentati della Rosa dei Venti.
Bestiale! Ancora oggi, a tavola, mio fratello, prima dell’anguria non perde occasione per intonare l’Internazionale!!!!

miriam ravasio


Salvata dal cocomero


“Mangi, bevi e ti lavi la faccia” così si chiama il cocomero, anzi il melone d’acqua , a Napoli.
Noi bambini eravamo attratti dalla bancarella sulla quale i grandi blocchi di ghiaccio sgocciolavano con sopra le mezzelune rosse dai tanti occhietti neri.
Si faceva a gara a chi finisse prima, e poi le bucce verdi le tiravamo nella grossa cesta sotto il banchetto.
C’era il cartellone raffigurante Pulcinella con la fettain mano che invitava a fermarsi.
E la voce che di tanto in tanto il venditore ”parolava”
I parulani erano gli ambulanti, venditori di qualsiasi cosa, che “davano la voce” nel vicolo, in attesa che si affacciassero le vajasse dai balconi calando il panariello.
Il mellonaro invece era già categoria superiore, posto fisso e bancarella illuminata la sera.
A via Caracciolo, c’era lo struscio, e il lungomare d’estate, era punteggiato di banchetti di frutti di mare e di cocomeri, non quelli lunghi, enormi, americani, ma quelli tondi, verde scuro e scarlatti dentro
Io presi la ricorsa, mio cugino mio coetaneo mi rincorreva, scivolai su una buccia e…mi ritrovai distesa tra le fette, spalmata sulla polpa, tutta rossa, mani, faccia e vestito, a un palmo dalla balaustra che dava sugli scogli…sotto c’era il mare.


cristina bove



ACCHIAPPINO

Non mi avrebbero mai preso.
Sentivo i loro movimenti.
Affrettati.
Sentivo il loro respiro.
Affannato.
Ma io sapevo di essere più veloce
Più agile.
Un rapido scarto sulla sinistra,
un repentino cambio di direzione
e ho sentito i loro passi allontanarsi nel buio.
Li avevo fregati.
Avevo vinto.
Poi, quel maledetto ramo mi ha sgambettato il piede destro.
Ho perso l’equilibrio.
Forse avrei potuto riprendermi.
Ma con il sinistro ho incocciato un sasso affiorante
E sono volato.
Verso il terreno, a faccia in giù.
C’è stato l’urto
Contro qualcosa di duro,
che la mia faccia ha infranto come un vetro.
C’è stata la sensazione
Di qualcosa di umido, viscido e appiccicoso sul mio viso.
C’è stato il nero.
Devo essere svenuto.
Non l’avessi fatto, sarei ancora vivo.
Come si fa a morire annegati in mezzo ad un campo?
E, per ironia della sorte,
a me il cocomero non è mai piaciuto.

southwest



L’intagliatrice di cocomeri

Si dice che il cratere l’abbia sputata fuori un giorno, frammista a ceneri e lapilli. Si dice che si sia impiantata lì già vecchia, avanzo più volte ruminato dalla terra. Si dice che non abbia sangue nelle vene , ma lava, scioglimenti di braci, e sciare più che membra, uno scuro regno per corpo, zaffate di zolfo per fiato.
Ma a vederla pare stecco di albero che crocchia. Palo bitorzoluto e smangiato. Filo stopposo di spago, altro che figlia del fuoco.
Vero è, però, che vecchia lo è sempre stata. E curva, colla facciuzza smunta a sfiorare il passo, a cogliere cocomeri da infrattare veloce nella coffa, lesta come lucertola o zazzamita, anche se a lei piace pensarsi cucco, un animale che non ha forma né verso ma è come le balze di lava che s’immobilizzano in pose e della vita sanno interpretare ogni parte.
Così vive e ha sempre vissuto. Consacrata a questo regno di sboffi . Sacerdotessa e profetessa, maga di chiesa, di un dio che sa sciogliere l’ira in fuoco e che lei placa con doni intagliati nelle angurie: fiere, pesciolame, pastori venuti su dalla stessa polpa calda, vergine, donna. Una polpa che è pure levigatura di tempo, calura, accidia.
E prende a intagliare con lena e ostinazione, stizza di vecchia e boccuzza stretta e incartapecorita: oggi il Vulcano vuole una sirena.
Tirarla fuori dal cocomero non sarà difficile e, come sempre, alla forma seguirà il corpo, e occhi , e profumi che preannunciano .
Ecco, si avvicina. Un’onda come tante la trasporta fino alla spiaggia e la depone sulla rena.
La vecchia serra le palpebre rinsecchite, ruzzola con lo sguardo sul pendìo del cratere.
E la donna è già lì, interrata di nero, il petto sudato sbucante da turgore di pesce. E capelli mandorla con appuntature di stelle marine, occhi come abissi, ondeggianze che preludono a tuffi tra le pomici.
Sì, una sirena. Ma coi piedi sporchi di terra.

simona lo iacono



Cocomeri

Non c’è più cocomero, disse piano, per farsi sentire il meno possibile, manco fosse un vergognoso segreto di stato.
Non c’è più cocomero? Ripetè l’altra, che invece aveva captato tutto con le sue orecchie che neanche fossero stati due radar (e dei radar avevano infatti l’aspetto).
Oddìo, ora non è che i cocomeri siano un bene essenziale, senza i quali non si possa sopravvivere, ma l’estate…. che estate sarebbe senza una buona fetta di cocomero fresco anzi due e perché non anche tre?
E’ che non l’ho comprato, perché in frigo non sarebbe mai entrato, rispose il primo di fronte all’espressione malevola e arcigna della compagna, lo sai anche tu quanto sono ingombranti.
Dimmi piuttosto che non ti andava di caricarti di quel peso, invece di inventare storie come sempre. Sei il solito incapace. Lo spazio poi si trova, basta disporre meglio le cose che ci sono.
O quelle che ci saranno, pensò lui, senza dirlo, perché già pregustava quell’ammasso di carne, tutta attaccata all’osso, che di lì a breve avrebbe dovuto riempire il vecchio, ma ancora ronzante Kelvinator a quattro stelle (congelatore rapido incorporato).
Prese la mannaia e cominciò il suo lavoro.
Dopo avere smembrato il corpo della moglie come uno spezzatino mise direttamente in pentola le orecchie a forma di radar e iniziò a insacchettare il resto nelle apposite bustine di domopack prima di riporlo nei vari piani e scomparti del frigorifero.
Dopo il pasto, breve ma gustoso, un buon caffè; certo che ci sarebbe stata bene anche una fetta di cocomero a quel punto, e scese in strada, in cerca di chiosco, aperto fino a notte fonda come tutti i cocomerari che si rispettino. La ricerca fu lunga e vana. Al ritorno stava già quasi albeggiando e in casa, ad aspettarlo, c’era già la polizia.
Nella notte era tornata inaspettatamente la figlia, che viveva da tempo a Perugia, dove frequentava l’Università. Non trovando nessuno in casa aveva aperto lo sportello del frigo, in cerca di una fetta di cocomero. Tanto per ingannare l’attesa.

Carloesse (Carlo Sirotti-Speranza)




Passerotto non andare via...Tra radioline in treno e stereo superotto, Baglioni quell’estate governava gli ombrelloni e i sentimenti facendo versare la più calde lacrime del ’74.
“Mangia un’altra fetta di cocomero.” Disse mamma, era il 14 agosto, non me ne fregava un cazzo del cocomero. Lasciavo una ragazza poco amata, una collezione di dischi rock e una mini rossa nel garage che non m’avrebbero lasciato portare. L’Italicus, il Reggio Calabria-Trieste delle 19 da Napoli partì lentamente. A Roma l’altoparlante gracchiò: “Il treno 511 per Bologna-Venezia-Trieste, in partenza dal binario 11, partirà con venti minuti di ritardo!”
Scesi giù. Mi sedetti su di una panchina e addentai un panino. Dovevo avere una faccia da braccio della morte perché un vecchio mi disse:
“Dai, non prendertela, il militare passa in fretta, poi torni da tua madre.”
Rividi la enorme fetta di cocomero lasciata sulla tavola e il viso di mammà, lasciato sulla tavola. Non piangevo da due anni, da quella sera che volevo dire ad Adele che l’amavo e poi l’avevo incontrata in villa comunale che si baciava con Lino Formisano, uno antipatico. Il vecchio si commosse, e per nascondere le sue lacrime andò via, dandomi un buffetto di traverso, mentre tirava fuori un fazzoletto.
Sul treno avevo conosciuto Ferdinando Adornato, comunista da Polistena RC, avevamo parlato di socialismo e cocomeri, scese a Roma. Non vide i resti del dolore che incontrai a San Benedetto Val di Sambro: sul binario morto, c’era il treno morto, quello della strage di due giorni prima, forse, se l’avesse visto...
“Cervignano, stazione di Cervignano, Aquileia, Grado”. Al nord dovrebbe far freddo. Sembrava di essere a Napoli a Ferragosto. La divisa, i capelli corti e il “si esce!”: “Che significa? Si esce per cosa, per dove? Che diavolo c’è da guardare? Usciamo come terrier inglesi al guinzaglio?” Invece uscii, con le mille lingue conosciute in quei giorni, siciliani, umbri, calabresi con l’accento di New York e napoletani rompiscatole.
“Si va’ sull’Ausa a mangiare il cocomero!” E gli anziani, i nonni, quelli che avevano già tre mesi di militare, si davano di gomito e ridacchiavano. L’Ausa fu la prima cosa che mitigò la mia malinconia; un fiume simpatico, ma anche acqua, tanta fluida acqua da far dimenticare il “mal di Mergellina”, che prende ogni stupido partenopeo appena s’allontana più di dieci chilometri dal mare e dalla pizza. La seconda fu l’enorme, fresco banco di cocomeri sul lungo fiume, e la terza fu Giovanna, la cosa per cui si smuovevano tutti i gomiti dei soldati. Giovanna era la cocomeraia.
Sembrava uscita dal “Romanzo Popolare” che si dava al cinema con Tognazzi, Placido e Ornella Muti. Stessi lunghi capelli della giovane Rivelli, forse più lunghi, ancora più lunghi, quasi entravano nel taschino posteriore dei suoi Wrangler blu, accarezzando ad ogni movimento l’apice di quel sovrano sedere a mandolino, come la frusciante tenda di un teatro. Il suo naso sembrava scolpito nel ghiaccio talmente era fresco e appuntito come un fioretto di Borgogna. I suoi occhi non li ho mai visti, non guardavano nessuno, e alcuno si ricordava di che colore fossero. Quando posava il piatto con le fette rosse sul tavolino, pagavi al suo sorriso, mai agli occhi. Sarebbe passata indenne al ratto delle Sabine. Ma il grande mistero non era quello, ne il sapere chi l’amasse, ma perché una ragazza romana si fosse sepolta lassù tra i soldati e la Jugoslavia; si fosse destinata a vivere su quel coltello che tagliava in due l’occidente, tagliando rosse fette di cocomero.

francesco didomenico


LA REGINA DELL'ESTATE

Sì, sono grassa, grassissima.
E allora?
Piaccio comunque. Molto.
Soprattutto d'estate. L'estate è la mia stagione. Sono la regina dell'estate.
Tutti mi vogliono, anche tu adesso mi vuoi. Lo vedo da come guardi le mie curve voluttuose. Sarà per l'afa che ti sta dando alla testa, sarà per il mio profumo inebriante, sarà per via di questo abitino verde a righe chiare: così apparentemente innocente fuori, così lasciva dentro.... Hai la bocca secca, lo so, bruci per me, non vedi l'ora di arrivare alle mie carni morbide, rosee e polpose.
Ma non è ancora il momento: prima, mi ci vuole un lungo bagno freddo. Spegnerò la tua arsura, stai tranquillo. Non deludo mai, io. Ah, dimenticavo: do il meglio con la vodka. Gelata. Ma, se preferisci, anche il Porto esalta le mie qualità.
Come mi chiamo? Beh, mi chiamano in molti modi diversi, da Nord a Sud, lungo tutto lo stivale... ma a me non importa granché: mi amano tutti, da Sud a Nord. Cento nomi, centomila amanti. Ma ti assicuro che se lo dimenticano immediatamente, il mio nome, non appena affondano la bocca dentro di me, non appena immergono la faccia nel mio umido turgore.
Quale tra miei nomi preferisco io? Quello lungo, ovviamente, con tutte quelle “o” che mi assomigliano tanto, quelle “o” di desiderio finalmente soddisfatto dopo che hanno avuto a che fare con me. È un nome un po' grezzo per una ragazza, dici? Sciocco, basta pronunciarlo alla francese.
Oui, je suis Cocò Merò.

Lanoisette

















sabato 2 agosto 2008

giochino letterario in un giorno di mezza estate

Dato che fa un caldo boia, dato che i giochini ci piacciono, dato che siamo fatti così, dato che sembra ( ho detto sembra) non abbiamo una cavolo da fare, dato che mi piace moltissimo rubare idee ad altri,dato che questo è il mio blog perciò ci faccio quello che mi pare, dato che non so che altro dire ho pensato di proporre ai miei pochi ma cari amici, in questa torrida mezza estate, di scrivere un raccontino di 250 parole ( non chiedetemi perché) che abbia come tema il cocomero, simbolo dell'estate che si presta a numerose interpretazioni...anche erotiche!
Spero abbiate voglia di partecipare, come sempre non si vince un tubo, al limite qualche criticazza e sicuramente la mia stima... Buon divertimento.

p.s. pubblicate il vostro racconto nei commenti... li raggrupperò man mano che arrivano nel post successivo: i racconti del cocomero . grazie

stefano